mercoledì 18 agosto 2010

La politica industriale? L'Italia ci ha messo una pietra sopra.



Luca Venturi su Greenreport del 17 agosto 2010.

Piovono pietre. Piovono sul governo da parte del suo -sino ad ora-principale "sponsor" ovvero l'associazione dei confindustriali, che dopo il via libera dato dalla presidente Marcegaglia è proseguita con una scarica di colpi da tutti i principali settori che, dalle pagine del quotidiano di proprietà, esternano tutta la loro contrarietà alla mancanza di politiche industriali. Facendo propria la domanda retorica posta da Franco Onida, sempre sul Sole 24 ore, di dove fosse la politica industriale di questo paese.

Tanto che alla stessa domanda fatta oggi a Sergio Dompè da Marco Morino sul Sole 24 ore, il presidente di Farmindustria risponde che se lo chiede anche lui. Facendo fare - e gli va dato atto- anche autocritica all' associazione di imprese quando dice che la mancanza di una politica industriale in questo paese «non è solo colpa del governo» e che «forse anche l'industria non è stata capace di parlare con la necessaria chiarezza».

Sta di fatto che da settima potenza industriale (quale era non troppo tempo fa) l'Italia è divenuta il fanalino di coda e non solo a causa della crisi economica mondiale; per questo la mancanza di una politica industriale non può essere attribuita solo alla responsabilità di questo governo.

Ma non vi è dubbio che proprio nella fase in cui si doveva mettere in piedi una strategia per recuperare alla crisi e cogliere l'opportunità per ripensare anche il modello industriale e indirizzarlo verso una riconversione green, il governo-che non aveva nemmeno provato ad impostare scelte utili in questa direzione- ha perso il ministro dedicato e ancora non vi è traccia di chi dovrà/potrà/ vorrà sostituirlo. La delega è quindi rimasta in capo al premier - che nonostante sia lui stesso un imprenditore - è stato ed è ancora più affaccendato a risolvere problemi personali e di beghe di partito che non quelli che affliggono il paese.

Un paese che ha fatto scelte (o forse è andato solo avanti per inerzia e per l'intraprendenza di singoli settori) che lo hanno portato ad essere un produttore di beni di consumo legati alla bilancia dell'export e che, dunque proprio in un momento di crisi economica globale soffre più che mai.

Un paese che ha relegato a pochi zero virgola di percentuale rispetto alla ricchezza prodotta gli investimenti in ricerca e innovazione, quelli che hanno permesso invece alla Germania di mantenere e consolidare un'industria di produzione di beni di base che hanno retto e reggono- giocoforza -anche alla crisi, come i dati resi noti da Eurostat proprio in questi giorni dimostrano.

Lo dice lo stesso Dompè che «non si può vivere di solo export, per quanto importantissimo» anche perché il gap competitivo in termini di qualità si sta riducendo enormemente rispetto ai paesi ad economia emergente. «E' in gioco il futuro stesso della base manifatturiera del paese» avverte il presidente di Farmindustria. Parole pesanti come macigni.

E le leve che indica sono ancora una volta, la ricerca e lo sviluppo di prodotti a tecnologia più innovativa, cui potremo aggiungere il settore nel quale applicarla, ovvero quello legato ai servizi ambientali, alle energie rinnovabili, alla mobilità sostenibile e la lista potrebbe continuare.

Lo spiega bene Aldo Bonomi, sempre sul quotidiano di confindustria, raccontando dell'Expo di Shangai: «A proposito di green economy, se qualcuno avesse ancora dei dubbi sulle retoriche del capitalismo per uscire dalla crisi dei subprime e dalla finanziarizzazione della vita quotidiana, padiglione per padiglione si accorgerebbe che per tutti il tema dell'ambiente che si fa economia - la manutenzione delle megalopoli, con servizi ambientalmente compatibili, dalle macchine elettriche, ibride, all'idrogeno sino alla ricerca sui nuovi materiali e sulle nuove fonti di energia- qui all'Expo di Shanghai è la retorica dominante».

Esempi ed eccellenze ne esistono anche nel nostro paese e la certosina ricerca del Sole 24 ore per metterli in evidenza è encomiabile, come è altrettanto encomiabile il lavoro che svolge Symbola nello scovarle, farle conoscere e cercare di organizzarle per avere maggiore visibilità e quindi peso. Ciò che affligge è che invece al di là di queste attività giornalistiche o culturali cui ci associamo, quello che manca e di cui non si vede traccia nel futuro prossimo è un sostegno politico da parte del governo, che anzi, vedi la vicenda degli incentivi alle rinnovabili tanto per fare un esempio, per totale mancanza di sensibilità e cultura in questo senso riesce a smontare o mettere a rischio anche quel poco che, faticosamente, governi precedenti e iniziative imprenditoriali autonome sono riusciti a mettere assieme.

domenica 25 luglio 2010

Aiuto, la peste in Romagna.

Dal Blog di Vittorio Zucconi del 16 luglio 2010.

Coronato dall’”Atto d’Amore” di Berlusconi, che invita a visitare l’Italia con la sua voce impostata e falsa da animatore di festa danzante per pensionati (non sfigati) al Dopolavoro Ferrovieri, il tragico sito “Italia.it” partorito da Pippi Coscialunga,la Sciura Brambilla, propone alcune interessanti scoperte per chi non conoscesse il nostro Paese e fosse francofono o anglofono.
I lettori di lingua inglese interessati alla Emila Romagna scopriranno ad esempio che Giuseppe Verdi, sotto la maschera del compositore, era in realtà un romanziere: “This is witnessed by the Verdi’s novels“, spiega il brambillesco sito, riferendosi alle celebri, e per me inedite, novelle verdiane (non è che per caso lo hanno confuso con Verga? No, quello era siciliano). Molto più preoccupante, per me che sto per portarci in vacanza frotte di nipoti, è sapere che sulla Rivera Romagnola è in atto un’epidemia di peste. Il capitolo dedicato alle spiagge romagnole si intitola infatti, seccamente e in neretto, perchè non sfugga al turista transalpino: “Plagues”, che nella lingua di Sarkozy significa appunto “Pestilenze” (grazie al sito Giornalettismo). Il sito, orgoglio turistico del governo e pagato naturalmente dalle tasche dei contribuenti, non precisa se almeno Rimini e i comuni rivieraschi abbiano provveduto ad arruolare monatti per la rimozione del turista deceduto. Conoscendo l’efficenza dei rumagnòl, sono certo di sì. Non siamo ancora alle sublimi traduzioni automatiche delle biografie dei ministri nell’altro governo Berlusconi, dove il vicepremier Fini veniva raccontato come l’ex leader del “Forehead of Youth”, cioè della fronte – non del fronte – della Gioventù, o all’indimenticabile “Pliz Pliz vizit Itali” del marito di Barbara Palombelli, ma la cialtroneria e la sciatteria sono eccellenti. Poichè non parlo e non leggo correntemente il Mandarino non saprei dire quante bestalità siano contenute nella versione cinese, o in quella tedesca o russa, ma se qualche lettore di questo blog volesse spulciare il sito della Brambilla nelle altre lingue e segnalarmi altre castronerie, si accomodi. Almeno ridiamo un po’, prima di soccombere alla pestilenza.

venerdì 23 luglio 2010

Le mani nelle tasche: i tagli in manovra costeranno fino a 170 euro a testa.



Da Giornalettismo del 23 luglio 2010.

Secondo il rapporto Ifel nel triennio tra il 2010 e il 2012 l’impatto della Finanziaria sugli Enti locali avrà un effetto sulla spesa di circa 17 miliardi di euro, e colpirà soprattutto al Centro.

Quanto costa la manovra ai Comuni, ed è vero che non mette le mani nelle tasche dei cittadini? Stando alle cifre riportate nel rapporto Ifel, il quadro finanziario dei Comuni, presentato ieri a Roma presso l’Istituto di finanza locale dell’Anci, non è proprio così. Sulla Stampa Fabio Pozzo riporta che gli enti locali saranno costretti a tagliare nel 2010 la spesa di circa 7 miliardi, con un costo pro capite di circa 22 euro; le riduzioni implicite saranno ripartite in misura maggiore al Sud, con una diminuzione del 2,4%, al Nord con il 2,1%, e al Centro con il 1,6%. Come spiega il presidente dell’Anci Sergio Chiamparino quello che accadrà è che i tagli “ci porteranno al punto che i servizi alle persone verranno messi in discussione“.

IL FONDO DEL BARILE - Il sindaco di Torino continua, fino ad ora il peso sulle spalle dei cittadini è stato evitato, ma a prezzo “del degrado del livello della manutenzione ordinaria delle città, che tutti possono vedere: per non intaccare i servizi si è infatti risparmiato sui lavori per chiudere le buche sulle strade, sul tagliare l’erba nel verde pubblico, sulla pulizia. Ma ora?” Il rapporto Ifel spiega che nel biennio 2011-2012 la correzione finanziaria imposta ai Comuni consisterà rispettivamente in 4,6 e 5,6 miliardi di euro costituendo la “Finanziaria più aspra della storia di questo Paese“.

LE MANI NELLE TASCHE CI SONO ECCOME - Anche Enrico Marro sul Corriere mette in evidenza il nocciolo del rapporto Ifel: tutto ciò si tradurrà in un taglio di 100 euro pro capite nel 2011 e di 120 euro per abitante nel 2012; il costo non sarà uniforme: infatti un cittadino di un qualsiasi comune del Nord e del Sud avrà un aggravio di 120 euro, mentre chi risiede al centro dovrà subire il peso dei tagli per 140 euro, con la punta massima di 170 per chi abita nel Lazio; infatti il peso nel 2010 per il centro è minore perché Roma è esclusa dal Patto di stabilità. Per Salvatore Cerchi, responsabile della finanza locale dell’Anci, quello che succederà è già chiaro: “non è vero che la manovra non mette le mani nelle tasche dei cittadini: non lo fa attraverso nuove imposte, ma con le tariffe, perchè i Comuni dovranno, per esempio, aumentare il biglietto degli autobus o i contributi per l’asilo nido o l’assistenza domiciliare o le rette per le mense scolastiche“.

TUTTI PIU’ POVERI - Le amministrazioni locali però hanno “già dato” per quanto riguarda il risanamento del bilancio pubblico; come spiega Silvia Scozzese, direttore scientifico dell’Ifel, hanno realizzato un aumento cumulato delle entrate dell’8%, più alto di quello dell spese, che è del 3,5%, e quelli soggetti al Patto di stabilità interno sono passati da un disavanzo complessivo di 1,7 miliardi nel 2006 ad un avanzo di 250 milioni nel 2009. L’Anci conclude il suo commento al rapporto Ifel:” Le città italiane sono più povere rispetto a cinque anni fa” e questi tagli vanno a colpire un malato già grave.

Con Berlusconi al governo evasione fiscale da record.



Da Giornalettismo del 21 luglio 2010.

Il rapporto biennale dell’Istat conferma – nel silenzio dei tg e dei giornali – come dal 2008 l’evasione fiscale siano tornata nuovamente a crescere.

L’evasione fiscale, con il governo Berlusconi è tornata a crescere. Sembrerebbe una notizia apparentemente “Top secret”, almeno questa è l’opinione che ci siamo fatti dando un’occhiata ai vari telegiornali ed “organi d’informazione” che, praticamente all’unisono, hanno omesso questa notizia. Che in Italia una quota cospicua dei redditi venga, di fatto, elusa o evasa agli occhi del fisco non è certo una grossa novità. Si parla di qualcosa come 150-200 miliardi di euro (miliardo più, miliardo meno) ogni anno. Dieci volte tanto la manovra correttiva che il governo si appresta a varare colpendo, tanto per cambiare, i soliti noti mentre, ancora una volta, liscia il pelo ai furbi o, se vogliamo chiamarli con un aggettivo più consono alle loro pratiche, ai delinquenti. Sì, perché l’evasione – codice penale alla mano – è un crimine.

LO DICE L’ISTAT - L’Istat ha appena pubblicato la consueta analisi biennale dell’entità e della dinamica del sommerso economico. Si tratta di un indicatore assai significativo per capire gli andamenti dell’evasione fiscale, sebbene i due concetti siano solo parzialmente coincidenti. Il rapporto conferma come, nel suo insieme, il sommerso si è ridotto in tutto il periodo dal 2001 al 2007, ed è poi tornato a crescere nel 2008. Come noto, l’Istat fornisce la stima di un valore minimo e di un valore massimo del sommerso economico, ulteriormente scomposto nella somma di 3 componenti: il valore aggiunto sommerso da correzione del fatturato e dei costi intermedi, il valore aggiunto prodotto dai lavoratori irregolari e, infine, una componente statistica di correzione. Tra il 2001 e il 2007 il sommerso economico, nel suo insieme, si è costantemente ridotto in quota di Pil, passando dal 18,5% del 2001 al 15,9% del 2007 (secondo l’ipotesi minima) e dal 19,7% del 2001 al 17,2% del 2007 (secondo l’ipotesi massima). Nel 2008, invece, si è assistito ad una pericolosa inversione di tendenza: il sommerso economico sale al 16,3% del Pil (ipotesi minima) e al 17,5% (ipotesi massima).

I NUMERI E GRAFICI PARLANO CHIARO – Nel grafico è riportato l’andamento dell’economia sommersa secondo le stime dell’Istat nel periodo tra il 2000 e il 2008. Le riduzioni repentine che si evidenziano dal grafico intorno al 2002 e poi man mano graduali, si spiegano con l’adozione, sempre in quell’anno, per mano del vecchio governo Berlusconi dell’ennesima sanatoria sul lavoro irregolare. Nel 2006, invece, si registra l’effetto della riduzione (in termini relativi) della componente di correzione del fatturato e dei costi intermedi . L’incremento del 2008 vale circa 0,3-0,4 punti di Pil, pari, in termini assoluti, a 8-9 miliardi, quindi, data una pressione fiscale del 42%, ad un minor gettito per poco meno di 4 miliardi di euro. L’evasione nel 2008 è determinata in gran parte dalla “correzione del fatturato e dei costi intermedi”. Si tratta della componente del sommerso economico più direttamente legata all’evasione fiscale in senso proprio. Infatti, i 9 miliardi di incremento del valore aggiunto sommerso sono imputati dall’Istat esclusivamente a questa componente, che è aumentata dai 143,9 miliardi del 2007 ai circa 153 miliardi del 2008. Le altre due componenti, invece, sono rimaste sostanzialmente stabili.

IL NENS LO CONFERMA - “Questa composizione – spiegano gli esperti economici del Nens - è particolarmente interessante ai fini della stima dell’evasione fiscale. Infatti, la stima della componente di correzione del fatturato e dei costi intermedi si basa su ipotesi particolarmente prudenti. Ad esempio, si assume che la remunerazione di un addetto indipendente (imprenditore, suoi familiari e coadiutori) sia non inferiore rispetto a quella dell’addetto dipendente, il che corrisponde evidentemente ad una sottovalutazione. Infatti, appare plausibile ipotizzare che in molti casi la remunerazione effettiva per gli addetti indipendenti sia superiore a quella dei dipendenti“. Per queste ragioni, l’Istat sostanzialmente conferma la precedente stima fatta dall’istituto economico fondato da Vincenzo Visco e Pier Luigi Bersani, secondo il quale “l’evasione è aumentata di almeno 4-5 miliardi di euro solo ai fini IVA nel corso del 2008“.

PER IL 2009 MANCANO ANCORA I DATI – Purtroppo, i dati disponibili fanno pensare che la situazione non sia apprezzabilmente migliorata nel 2009. “Pur con le difficoltà di quantificazione insite in un anno di anomala riduzione del Pil nominale - conferma il Nens - anche nel 2009 il gettito dell’Iva si è ridotto in misura sensibile. A ciò si aggiunga il fatto che, secondo i dati dell’Istat, nel 2009 è aumentato anche sensibilmente il tasso di irregolarità del lavoro, passato dall’11,9 al 12,2%“. Sul fronte della lotta al sommerso e all’evasione, dunque, i numeri disponibili smentiscono l’ottimismo e i “grandi risultati” più volte sbandierati dal governo attuale e riverberati senza alcuna verifica dai media.

mercoledì 21 luglio 2010

Un paese senza un piano industriale è un paese senza futuro.



Lucia Venturi su Greenreport del 20 luglio 2010.

I dati dell'industria italiana sono positivi secondo l'Istat che registra sia un aumento degli ordinativi su base mensile (del 26,6% rispetto a maggio del 2009) e su base annua (in rialzo del 3,2% rispetto ad aprile), sia un aumento di fatturato dell'8,9% rispetto allo stesso mese del 2009 e dello 0,8% rispetto ad aprile: in questo caso si tratta del dato più alto dal febbraio 2008.

L'industria è tornata a segnare il punto quindi e, considerando il fatturato per raggruppamenti principali, si registrano variazioni congiunturali positive per l'energia (+2,9%), per i beni intermedi (+1,4%), per i beni strumentali (+0,2%) e per i beni di consumo (+0,2% con -0,1% per quelli durevoli e +0,2% per quelli non durevoli).

L'analisi per settore di attività economica, rileva l'Istat, mostra variazioni tendenziali positive più significative dell'indice del fatturato corretto per gli effetti di calendario nei settori fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (+28,5%), metallurgia e fabbricazione di prodotti in metallo (+21,6%) e fabbricazioni di prodotti chimici (+19,9%).

Ma ai dati positivi di Istat fanno da contraltare a quelli del rapporto Svimez sull'economia del Mezzogiorno, da cui si rileva che gli investimenti industriali sono crollati del 9,6% nel 2009, dopo la flessione del 3,7% del 2008 e che segnala come l'industria si trovi in una «situazione senza precedenti, con una perdita di oltre 100.000 posti di lavoro dal 2008 al 2009, di cui 61.000 solo l'anno scorso».

Dati che collimano di più con la situazione in cui versano, in particolare, alcuni comparti che hanno fatto del nostro paese la settima potenza industriale, ovvero la chimica e la siderurgia ormai in quasi totale dismissione, e che si riflette nel fatto che- nonostante la crisi economica ancora pressante- il premier non abbia ancora provveduto alla sostituzione del ministro dello Sviluppo Claudio Scajola, che si è dimesso ormai quasi tre mesi fa e ne mantenga l'interim, senza poi occuparsene.

Dal comparto della chimica i segnali sono pessimi e saranno infatti in presidio oggi a Roma, davanti a Palazzo Chigi, i lavoratori dell'industria chimica Vinyls, che hanno visto tramontare anche l'ipotesi di accordo con gli arabi di Ramco. Una mobilitazione organizzata dalla Cgil e dalla Filctem che porteranno nella capitale rappresentanti degli stabilimenti di Marghera, Ravenna e Porto Torres che rischiano di perdere definitivamente il loro posto di lavoro dopo una lunga cassa integrazione mettendo a rischio anche l'indotto. Circa 7000 lavoratori del ciclo del cloro tra Vinyl, Syndial l'indotto e l'area della subfornitura.

«Nessuno - si legge in una nota della Filctem Cgil - finora ha mantenuto gli impegni presi con le istituzioni, con i lavoratori, con i sindacati e la crisi rischia di degenerare: gli impianti di Marghera, Porto Torres e Ravenna sono ancora fermi a nove mesi di distanza dall'accordo sottoscritto al ministero del Lavoro (1 dicembre 2009) e prima ancora (12 novembre 2009) al ministero dello Sviluppo Economico, nel quale era testualmente scritto che 'a far data dal 15 dicembre 2009' si sarebbe consentito 'un graduale e progressivo riavvio di tutti gli impianti».

«Siamo tornati al punto di partenza - ha dichiarato Alberto Morselli, segretario generale della Filctem-Cgil - come in un pericolosissimo gioco dell'oca, ma in questo caso giocato tutto sulla pelle di centinaia di famiglie» e rivolto al premier Berlusconi, che è anche ministro dello Sviluppo Economico 'ad interim', gli ha lanciato un appello a salvare la chimica e i suoi lavoratori. «Se la chimica è strategica, come più volte detto a parole- ha sottolineato Morselli- il presidente del Consiglio lo dimostri una volta per tutte: innanzitutto chieda all'Eni di salvare Vinyls e di istruire un piano industriale di rilancio nel settore, faccia rispettare l'impegno di riavvio degli impianti assunto dai commissari straordinari, visto che hanno in mano le fidejussioni di Stato, salvi i posti di lavoro e l'integrità del ciclo del cloro».

Dopo che è saltata anche l'ipotesi di accordo con la Ramco, la previsione annunciata dal sottosegretario allo Sviluppo Stefano Saglia nell'incontro dello scorso 15 giugno è quella di bandire una gara internazionale, il cui bando non è però ancora stato scritto.

«Intanto, gli operai restano in cassa integrazione -conclude la Filctem Cgil- e, ogni giorno che passa, c'è il rischio che i commissari non abbiano neppure i soldi per pagare gli stipendi».

Non è certo più roseo lo scenario che riguarda un altro dei comparti che ha fatto un pezzo della storia industriale del nostro paese, ovvero quello delle acciaierie Lucchini che interessano anche in questo caso realtà che vanno dal nord al sud con gli stabilimenti di Piombino, Trieste, Lecco, Condove (in provincia di Torino) e Bari.

Lucchini non è più nemmeno azionista avendo venduto a marzo anche le sue ultime quote alla russa Severstal, divenuta quindi unica proprietaria del gruppo ma che a sua volta ha ceduto il 50,8% delle quote azionarie alla finanziaria Mordachoff già azionista di maggioranza di Severstal e ora divenuta azionista di riferimento dell'ex gruppo siderurgico italiano. Una operazione che è stata letta come un evidente messaggio di disimpegno sull'attività industriale e di messa in sicurezza degli azionisti.

Entro il 29 luglio l'acquirente dovrà presentare un piano per garantire mantenimento e consolidamento dell'azienda in Italia e per quella data è stato anche convocato un incontro con le parti sociali nella sede del ministero del Lavoro, dove il gruppo potrebbe calare sul piatto della bilancia i circa 4 mila lavoratori, tra diretti e indiretti, che rischiano il posto, e fissare le condizioni del loro salvataggio.

Intanto è già decisa la smobilitazione di Brescia, da dove secondo fonti del capoluogo lombardo- entro settembre verranno trasferiti a Piombino settori vitali, come l'approvvigionamento di materie prime, gli uffici finanziari e il settore dell'ingegneria strategica. Un accorpamento alla sede toscana che viene inquadrato come un restringimento del perimetro aziendale, propedeutico alla cessione.

Segnali non certo incoraggianti per il futuro economico e occupazionale del nostro paese ma su cui il governo non batte ciglio.

domenica 18 luglio 2010

Sì, il Governo mette le mani nelle tasche degli italiani!


Dal Blog di Domenico Di Rienzo del 30 giugno 2010.

Ci vuole una bella faccia tosta a dire “non metteremo le mani nelle tasche degli italiani”! Il Presidente del Consiglio non fa altro che ripetere la solita tiritera! Certo, in quanto a faccia tosta lui e molti esponenti del Pdl non hanno nulla da invidiare a nessuno.

La notizia è ufficiale. Da domani, 1 luglio, gli automobilisti costretti ad usare l’autostrada subiranno gli aumenti di pedaggio previsti dalla manovra economica.

Sottolineo, PREVISTI DALLA MANOVRA ECONOMICA. La smetta il Governo di prendere in giro gli italiani; e agli italiani non sfugga che gli aumenti di domani sono il frutto di una manovra iniqua e scellerata che colpisce chi ha di meno.

Per non parlare delle strade attualmente senza pedaggio. Mi riferisco all’Autostrada Torino-Aereoporto Caselle, alla Salerno-Reggio Calabria, alla Roma Fiumicino, alla superstrada Firenze-Siena, al Grande Raccordo Anulare (non è vero che il GRA non si pagherà, come dice il sindaco “sfondo-tutto” Alemanno, anch’egli piuttosto ben dotato di faccia tosta).

Su quelle strade non ci passano solo i turisti, anzi! A usare quelle strade sono soprattutto i pendolari, ogni giorno per lavoro. E’ nelle tasche della gente che lavora che questo Governo mette le mani!

Il Governo non sa che pesci prendere, ha sottovalutato la crisi prima e lo continua a fare ancora oggi. Berlusconi (applaudito da Confindustria) parla di crisi passata, in realtà il peggio deve ancora venire. Gli economisti più seri e preparati, sanno bene che i riflessi peggiori si verificheranno con la scadenza della cassa integrazione, quando le imprese non potranno riprendere i lavoratori.

E tutto ciò si muove nel quadro desolante di un Paese ad altissima evasione fiscale. Basterebbe iniziare a far pagare gli evasori e chi ha più possibilità economiche, per evitare di mettere le mani nelle tasche della povera gente. Anziché stare con le mani in mano senza far nulla per risolvere la crisi ed i problemi di chi la subisce ogni giorno sulla propria pelle.

mercoledì 23 giugno 2010

I Robin Hood nostrani tolgono, e a volte rubano , ai poveri per lasciare ai ricchi.


Dal Blog AZZURRO del 17 giugno 2010.


Doveva arrivare dall'Unione Europea la proposta di istituire una tassa sulle banche.
Una proposta in tal senso è infatti ora in discussione a Bruxelles.
Il Cancelliere tedesco Angela Merkel, poco prima di prendere parte al vertice, è stata esplicita e durissima in tal senso con gli istituti di credito, affermando che "banche e finanza, ovvero i responsabili della crisi, dovranno «passare alla cassa».
I "Robin Hood " nostrani, sempre pronti a togliere ai poveri, o quantomeno ai soliti, per dare ai ricchi agli evasori o agli opportunisti, avrebbero di che imparare su come distribuire un po' più equamente i sacrifici.
Ma si sa ,l'italia non fa testo, e oramai si allontana sempre più dal resto d'Europa, anche come mentalità.
A parole nel nostro paese i politici predicano tutto ed il contrario di tutto, sono liberisti e statalisti contemporaneamente, a secondo di come conviene, moralisti nelle parole e nel castigare i costumi degli altri, libertini nei fatti, sopratutto se propri, forti sempre con i deboli e deboli con i forti.
Nulla è realmente cambiato in quello che tanti si ostinano ancora a chiamare il Bel Paese.
O almeno nulla è cambiato in meglio, nemmeno l'abitudine di togliere, e a volte rubare, ai poveri per lasciare ai ricchi.
Bastano solo due esempi, i primi che ricordo, per l'appunto questa manovra finanziaria, che è visibile a tutti, e le famose liberalizzazioni , andate quasi tutte nel dimenticatoio, e dove, per non scontenatre alcune categorie ricche di liberi professionisti si è deciso persino di ostacolare la concorrenza al ribasso, introducendo le tariffe minime garantite, tanto le pagano il resto dei cittadini.
Peccato non si sia poi introdotto il salario minimo garantito anche per i precari, i disoccupati o cassaintegrati.
Ma purtroppo era inutile già in partenza ogni speranza, già si sapeva che Robin Hood non è per nulla un eroe italiano, qui riescono spesso più famosi, non gli eroi buoni, ma i veri e propri briganti.

mercoledì 9 giugno 2010

L'Italia invasa dai "rossi": i pompodori cinesi


Da Greenreport dell'8 giugno 2010.

FIRENZE. I media (in particolare quelli televisivi) continuano a moltiplicare la loro offerta di trasmissioni che si occupano di cucina, ma in realtà conosciamo molto poco di quello che mangiamo ed in particolare non conosciamo la provenienza delle materie prime alimentari che poi sono trasformate prima di arrivare nelle nostre tavole. Emblematico il caso del pomodoro cinese, denunciato da Coldiretti.
Stiamo assistendo ad una vera e propria invasione di pomodori provenienti da distanze di oltre 8000 km: gli sbarchi sono triplicati, registrando un balzo del 174% nel trimestre dicembre-febbraio 2010 rispetto al precedente periodo del 2009, anno in cui in Italia sono arrivati 82 milioni di chili di concentrato spacciato come Made in Italy. Questi solo alcuni dati contenuti nel dossier sulle importazioni di concentrato di pomodoro cinese, elaborato da Coldiretti insieme alle cooperative agricole dell'Unci e alle industrie conserviere dell'Aiipa (Associazione italiana industrie prodotti alimentari).
Anche se appare incredibile i pomodori conservati sono la prima voce dell'import agroalimentare dalla Cina (oltre il 34% del totale), la cui produzione, in pochi anni (è iniziata nel 1990) è oggi al terzo posto nel mondo dopo Stati Uniti e Unione europea, con circa la metà del concentrato esportato proprio in Italia. La produzione cinese di concentrati di pomodoro è localizzata nei territori di Junggar e Tarim, nella regione di Xinjiang, a nord-ovest del Paese nei pressi del confine con il Kazakistan dove operano due grandi gruppi: Tunhe e Chalkis Tomato. La filiera del pomodoro cinese come è intuibile è tutt'altro che corta.
Dalle navi sbarcano fusti di oltre 200 chili di peso, circa 1.000 al giorno, con concentrato da rilavorare e confezionare come italiano; questo perché nei contenitori al dettaglio, precisa la Coldiretti, è obbligatorio indicare solo il luogo di confezionamento ma non quello di coltivazione. Un lacuna che andrebbe velocemente colmata sia per trasparenza nei confronti dei consumatori che devono sapere da dove provengono le materie prime che poi finiscono in tavola sia per conoscere l'impatto ambientale e sociale di tutta la filiera.
Tra l'altro pare che la produzione in Cina sia anche realizzata con sfruttamento del lavoro forzato dei detenuti secondo la denuncia Laogai National Foundation. Così, con un quantitativo di pomodoro cinese che corrisponde a circa il 10% della produzione di pomodoro fresco destinato alla trasformazione realizzata in Italia (nel 2009 e stato di 5,73 miliardi di chili), si producono danni per i produttori italiani che subiscono gli effetti economici di una concorrenza sleale. Tra l'altro informa Coldiretti i numeri del settore del pomodoro da industria sono di rilievo: 8.000 imprenditori agricoli che coltivano su 85.000 ettari, 178 industrie di trasformazione che da lavoro a ben 20mila persone per un valore della produzione di oltre 2 miliardi di euro.
Ma almeno da quanto denunciato nel dossier c'è anche un problema di sicurezza alimentare per un prodotto che piace agli italiani (si stima che le famiglie consumino circa 550 milioni di chili di pomodori in scatola o in bottiglia): le confezioni identiche alle originali vendute in scatole da 400 e da 2.200 grammi come doppio concentrato (28%) con la scritta '100% prodotto italiano', hanno una qualità del contenuto non conforme alla legislazione italiana ed europea. Le analisi parlano chiaro: di pomodoro vero ce n'é ben poco, la maggior parte del prodotto è costituito da scarti vegetali, quali bucce e semi di diversi ortaggi e frutti, con livelli di muffe che eccedono i limiti di legge previsti dalla legislazione italiana. Problemi quindi di ordine economico, ambientale, sociale e sanitario a cui Coldiretti, Unci e Aiipa chiedono di porre rimedio.
Le tre organizzazioni nel dossier hanno avanzato alcune richieste: che venga attuato un protocollo sanitario specifico per il controllo del pomodoro concentrato cinese all'ingresso nei porti comunitari; l'obbligo di indicare l'origine del pomodoro utilizzato nei derivati del pomodoro (l'indicazione dell'origine del prodotto è misura sollecitata dal Parlamento europeo come previsto dalla riforma dell'organizzazione di mercato dell'ortofrutta); l'immediata e tempestiva attivazione del meccanismo di salvaguardia con un dazio doganale aggiuntivo come misura antidumping prevista dalla normativa comunitaria (regolamento 260/2009) come meccanismo di salvaguardia per le situazioni di grave pregiudizio.

lunedì 7 giugno 2010

UN PUNTO DELL'ECONOMIA: LA FINANZA PUBBLICA


Sandro Trento sul Blog italia dei Valori del 6 giugno 2010.


Quest'oggi parliamo dell'azione del governo sulla finanza pubblica. Per riportare il disavanzo pubblico sotto la soglia del 3% del PIL, il governo ha definito una manovra correttiva di 25 miliardi di euro. Il paradosso del ministro Tremonti, lo va dicendo anche ad Annozero, è che la manovra italiana è colpa della Grecia, e che l'Italia fa questa manovra perché tutti gli altri Paesi la stanno facendo. Questa affermazione non è vera, è solo parzialmente corretta. Gli altri Paesi europei fanno una manovra correttiva oggi perché hanno fatto interventi molto importanti lo scorso anno per sostenere le loro economie.

Nel 2009 molti Paesi europei fecero interventi a sostegno della domanda interna per un ammontare molto vicini a 2,5 punti PIL. Nello stesso anno, il governo Berlusconi decise di non fare nulla e si limitò ad interventi pari soltanto al 0,6 punti PIL. Questa inerzia del governo italiano ha fatto pagare duramente all'economia italiana. Nel biennio di crisi abbiamo perso oltre 6 punti di crescita, meno 6 di PIL. Questo ha significato la chiusura di circa 10 mila imprese e un aumento significativo della disoccupazione, soprattutto quella giovanile arrivata al 13% secondo la Banca d'Italia.

Il paradosso italiano però, colpa di Berlusconi e Tremonti, è che in un anno il debito pubblico italiano è aumentato di 10 punti. Siamo passati da una situazione di avanzo primario, cioè da una differenza tra le entrate e le spese al netto degli interessi che era positiva, ad un disavanzo primario per la prima volta dopo molti anni. Tutto questo senza però evitare, come ho detto, una caduta catastrofica del PIL. Non solo abbiamo i conti pubblici in dissesto, ma questo non è stato fatto per sostenere la domanda interna come è stato fatto negli altri Paesi.

La spesa pubblica italiana è aumentata moltissimo e le entrate sono diminuite. Questo anche perché, da quando c'è il governo Berlusconi, l'evasione fiscale è aumentata molto significativamente. Si parla di un evasione fiscale pari a 120 miliardi di euro. Quindi, eccoci costretti a fare una manovra correttiva. Non è solo colpa della Grecia, è colpa di Tremonti e Berlusconi. Questa è una questione molto importante: è fondamentale che il governo ammetta le sue colpe, si presenti in Parlamento riconoscendo di aver sbagliato e porti a discutere con l'opposizione partendo da una situazione di verità e chiarezza nei confronti degli italiani.

Il ministro Tremonti continua a parlare di falsi invalidi e di azione contro l'evasione, ma viene in mente che è stato ministro dell'economia per 8 anni, in molti governo, quindi gran parte della responsabilità dell'aumento dei falsi invalidi e un aumento dell'evasione fiscale è sicuramente sua, visto che è stato il ministro più a lungo in carica nell'ultimo periodo.

La manovra correttiva si fonda su tagli sostanzialmente generalizzati, cioè si taglia senza un minimo di scelta, senza un minimo di selezione. Questo tipo di procedimento è inequo e inefficiente, e non viene nemmeno applicato nella pratica. Questo è il momento di scegliere, di essere selettivi: un conto è tagliare la spesa a tutti i comuni e a tutte le regioni indistintamente, un altro sarebbe quello di colpire quei comuni e quelle regioni che hanno speso troppo e che non stanno rispettando il patto di stabilità interna.

Un conto è tagliare la spesa pubblica introduttiva, un altro è tagliare la spesa per l'istruzione, per la ricerca. E' questo il momento di scegliere se togliere le risorse ai giovani o passare ad un riequilibrio tra le generazioni, intervenendo sulle pensioni a sostegno dei giovani. Un conto è fare un blocco degli stipendi per tutti i dipendenti pubblici: si stima che questo blocco costerà 1700 per ogni dipendente in 3 anni. Questo blocco colpirà sia chi si impegna e lavora sia i fannulloni.

Questo per dire che è il momento di scegliere di fare atti selettivi e di colpire soltanto dove è necessario. Questo è quello che noi avremo fatto se fossimo stati al governo.

lunedì 31 maggio 2010

Naufragio salvo intese.


Da Phastidio Net del 30 maggio 2010.

Oggi i quotidiani traboccano di resoconti sulla frustrazione e l’irritazione del premier nei confronti del ministro dell’Economia, reo di aver abdicato ai propri principi ed aver ceduto a suggestioni vischiane. Berlusconi rimprovera a Tremonti anche di attuare surrettiziamente un aumento della pressione fiscale, e di colpire nel Mezzogiorno l’elettorato del Pdl, mentre quello leghista uscirebbe pressoché indenne dalla manovra. Non sappiamo se le cose stanno effettivamente in questi termini, ma il dato politico di fondo è che ci troviamo di fronte ad un premier ormai commissariato dal proprio ministro dell’Economia, e sempre più dissociato dalla realtà.

La manovra è stata di fatto annunciata con la formula magica “salvo intese”, il che è un preannuncio di furibondi negoziati tra le varie anime del governo, ed un rischio di sostanziale annacquamento, che ai mercati piacerà molto, come si può immaginare. Nei fatti, rischia di essere la ripetizione della famosa “manovra da nove minuti” dello scorso anno, che poi impiegò mesi per giungere in porto. Sul piano quantitativo, la correzione è tutto fuorché epocale: meno dell’1 per cento di Pil per ognuno dei due anni di applicazione. Se qualcuno pensa che possa anche essere risolutiva, auguri. Sul piano qualitativo si tratta di misure di blocco o rinvio di spesa pubblica (come le retribuzioni dei pubblici dipendenti), e scarico sugli enti locali di oneri finanziari.

Riguardo le entrate, si conferma il rovesciamento dell’onere della prova, ed un concreto rischio di persecuzione fiscale, peraltro non necessariamente a carico dei Briatore ma anche e soprattutto dei Mario Rossi. Forse è questo che infastidisce di più il premier. Il quale tuttavia non dovrebbe parlare, visto che ha fatto trascorrere due anni (in realtà sono nove, ma non sottilizziamo) nella più completa assenza di riforme di struttura, contando sul proprio presunto carisma, sulla propaganda di Sacconi e sui tagli lineari di Tremonti, il tutto infarcito di promesse carsiche sul taglio delle imposte, che sono servite solo a inchiostrare paginate di editoriali in cui si condanna senza appello…l’opposizione.

Date le premesse, è difficile immaginare come la Lega possa ottenere il federalismo fiscale, visto che ad ognuna di queste manovre corrisponde un aumento del tasso di “derivazione” della finanza pubblica locale, ma di certo Bossi troverà la sua amata quadra, magari andando sul Monviso e minacciando la secessione, oppure dopo la promessa di introdurre corsi di laurea in dialettologia alla Cà Foscari, con contributo rigorosamente statale del MIUR. Ora è iniziata la corsa a mettere al riparo i propri giocattoli preferiti, e Gianni Letta parte in pole position con la sua amata Protezione civile, quella che arriva di notte a salvare orfani e vedove, a trattativa privata. Anche il taglio dei costi della politica, nella fattispecie i rimborsi elettorali, sembra essere stato fortemente depotenziato. Continueremo ad avere la classe politica più costosa del mondo occidentale, e forse non solo di quello, ed i numeri parlano molto chiaro.

Sono mesi che lo ripetiamo: un governo che si basi esclusivamente su tagli lineari e non sia in grado di “fare politica“, con riforme strutturali e profonde, in grado di cambiare il volto del paese, è un governo fallito. Comprendiamo la “ragioni di stato” dei ministri, che spingono a dire che “è stata tagliata la spesa pubblica improduttiva”, ma i mercati sono meno stupidi di come vengono comunemente dipinti dai politici di ogni latitudine. Resta che la manovra eserciterà un effetto ovviamente depressivo sulla domanda aggregata, non ci vuole un Ph.D. per capirlo. Se il denominatore, cioè il Pil, non viene fatto crescere, alla fine tutti i quozienti di finanza pubblica ti arrivano sui denti.

Ma il premier mostra beata svagatezza di tutto ciò. A lui basta presentarsi in pubblico e dire che ha il tasso di consenso più alto del mondo occidentale, in questo ormai stucchevolmente infantile (o meglio, senile) tormentone.

lunedì 24 maggio 2010

Le bugie del Governo sulla crisi


Sandro Trento sul blog Italia dei Valori del 23 maggio 2010.

Da oltre un anno il Governo continua a raccontante la favola che l'economia italiana è messa meglio di quelle degli altri paesi europei e che l'Italia ha risentito meno di altri della crisi finanziaria.
In realtà, nel 2009, il Prodotto interno lordo del nostro Paese è diminuito di oltre 5 punti percentuali, il tasso di disoccupazione è in continuo aumento e migliaia di imprese hanno chiuso i battenti perché non più in grado di operare.
La situazione è difficile anche dal punto di vista della finanza pubblica. Il debito pubblico italiano, di cui abbiamo già parlato in alte occasioni, è arrivato al livello record del 120% del prodotto interno lordo. E ora, da alcuni giorni, il ministro Tremonti ha annunciato la necessità di una manovra correttiva.
Si parla di una manovra che per il biennio 2011-2012 dovrà raccogliere circa 25 miliardi di euro, quasi 2 punti di Pil. Dunque, non era vero che le cose andavano bene. Non era vero che era tutto quanto in ordine, poiché c'è bisogno di 25 miliardi in due anni.
Crediamo che sia essenziale, a questo punto, avere il coraggio di dire la verità agli italiani.
La prima questione da dire è che cresciamo troppo poco e da troppi anni. Anche quest'anno cresceremo al massimo di un punto percentuale.
Poi c'è la spesa pubblica. Quella italiana è in aumento. Nel solo 2009 la spesa pubblica è stata pari a 52 punti percentuali del prodotto interno lordo, con un aumento di tre punti rispetto al 2008. Questo indicatore include anche la spesa per interessi che da sola è pari al 4,6% del Pil. Sottraendola alla spesa pubblica, avremo circa il 48% del Pil: un record assoluto nella storia della Repubblica Italiana.
Questo ci dice che la destra al Governo fa aumentare la presenza dello stato nell'economia, fa aumentare la spesa pubblica e riduce la spesa corrente.
Il terzo punto su cui riflettere è che di fatto abbiamo dilapidato l'intero risparmio di spesa che c'era derivato dall'ingresso nell'euro. Con l'entrata nella moneta unica l'Italia aveva beneficiato di tassi di interesse più bassi rispetto al passato e questo risparmio lo abbiamo completamente bruciato. Non lo abbiamo più.
Un elemento di preoccupazione, a questo punto, è dato dal fatto che i tassi stanno per tornare a crescere e questo avrà un inevitabile impatto negativo sulla spesa pubblica.
E' il momento di dire agli italiani che l'economia non cresce, che siamo messi peggio degli altri Paesi, che la spesa pubblica è arrivata a un livello insostenibile, che probabilmente ci sarà un effetto negativo legato ai tassi.
E' indispensabile che il governo si presenti alle Camere e ammetta la necessità di un piano di risanamento della finanza pubblica (ma non un provvedimento abborracciato come quello che sta preparando Tremonti) e di un piano per consentire all'economia italiana di ritornare a crescere.
Noi pensiamo che il Governo non avrà il coraggio di parlare agli italiani e continuerà a raccontare favole con grave pregiudizio per le prospettive nostre e dei nostri figli.

lunedì 10 maggio 2010

I golpisti del mercato

Rinaldo Gianola sull'Unita' del 9 maggio 2010.

Il problema, dunque, non è solo la Grecia. La crisi non è riconducibile esclusivamente ai conti fuori controllo dei greci ai quali i giornali tedeschi suggeriscono di vendere l’Acropoli per rispettare i sacri parametri di Maastricht. Nel giro di tre giorni l’Europa è passata dalle difficoltà «circoscritte» di un singolo paese, il più debole sotto il profilo finanziario, a una «crisi sistemica», parole del presidente della Bce Trichet, che mette in discussione non solo gli eredi della dracma ma l’intera costruzione dell’Unione e della moneta unica. In poche ore le fiamme e le tragiche violenze di Atene sono passate quasi in secondo piano rispetto alla destabilizzazione che dai mercati è salita fino alle cancellerie che, solo dopo l’intervento preoccupato del presidente Obama su Angela Merkel, hanno deciso di ritrovarsi per il week end a Bruxelles per decidere un piano straordinario di interventi.

Non sappiamo se le misure decise stroncheranno l’attacco della speculazione dei mercati ai governi, all’Unione e all’Euro. È certo, tuttavia, che anche questo maxi piano dell’Europa non risolverà i problemi di fondo, non disinnescherà la bomba che due anni fa è esplosa negli Stati Uniti provocando la prima grande crisi dell’economia globale e che oggi si presenta con la miccia accesa nella vecchia Europa. Nel settembre 2008, quando Wall street visse il dramma storico del fallimento della Lehman Brothers, tutti, ma proprio tutti si impegnarono a limitare le invasioni della finanza, il suo dominio incontrastato sull’economia reale, sull’industria, l’occupazione. Governi e leader politici giurarono, allora, di voler invertire la rotta, di bloccare il gigantesco trasferimento di ricchezza dal profitto, dal lavoro alla rendita finanziaria. La distorsione dell’economia, emersa in modo drammatico due anni fa, avrebbe dovuto essere affrontata con un riequilibrio profondo tra risparmio e investimenti e soprattutto le autorità di governo e quelle che vigilano sui mercati e sulla concorrenza avrebbero dovuto intervenire con provvedimenti rigorosi e coerenti per smontare i giochi perversi della finanza.

Ma poco è stato fatto su questo fronte perchè fortissime sono le resistenze del mondo finanziario e spesso deboli e miopi sono le azioni politiche. Obama, che rappresenta per molta parte del mondo ancora una speranza di cambiamento, ha implorato le lobby delle banche e delle assicurazioni a non ostacolare la sua riforma dei mercati e della finanza. Ma nemmeno Obama è riuscito a sfondare in un sistema, come quello Usa, dove uno può fare il ministro del Tesoro e poi guidare serenamente la Goldman Sachs e viceversa. Quello che viviamo oggi in Europa e che preoccupa la Casa Bianca non è solo la speculazione contro governi o monete deboli, d’altra parte la speculazione - lo insegnano persino nelle università - è parte integrante dei mercati e del loro funzionamento.

C’è una patologia di fondo che sta nel Dna del sistema, per cui il denaro serve solo a creare altro denaro. I golpisti della finanza attaccano gli stati grazie alle armi che gli stessi stati hanno messo loro a disposizione.

Per fronteggiare la crisi del 2008 i governi erano intervenuti per salvare banche, assicurazioni, intermediari, immettendo nel sistema cifre iperboliche. Almeno 3000 miliardi di dollari, denaro pubblico, sarebbero stati spesi per evitare il tracollo del sistema creditizio, ma anche della Chrysler di Sergio Marchionne, trasferendo così le perdite dal sistema privato a quello pubblico. La strada è stata seguita anche in Europa e i mercati finanziari che, fino al 2008, avrebbero speculato contro questa o quella banca o impresa considerata debole oggi si accaniscono contro gli stati e lo loro valute, partono dalla Grecia ma allargano facilmente l’orizzonte e mettono nel mirino l’intera costruzione della moneta unica europea.

Ma gli stati, la politica sono deboli, frammentati, gelosi dei loro poteri e interessi. Si muovono in ritardo, come è avvenuto in questi giorni in Europa dove la signora Merkel (che non è Khol) era preoccupata per l’impatto degli aiuti alla Grecia sul voto regionale in Germania. Mentre l’Europa balbetta, sull’altro fronte invece c’è una corporation planetaria formata da potenti banche d’affari, proprietari e promotori di hedge funds e di strumenti derivati che non rispondono a nessuno, se non ai propri azionisti, il cui unico obiettivo è quello di produrre soldi dopo altri soldi, di alimentare senza ritegno la corsa delle stock options dei propri managers. Quante volte, negli ultimi anni, il mondo si è dovuto confrontare con queste crisi, con il fenomeno della “speculazione” che sarebbe la parte più cattiva, deviante, di un sistema che ai più sembra ancora buono? Ci sono stati gli scandali dell’epoca Bush, come la Enron e la WorldCom. Poi i subprime, la caduta delle grandi banche e di conseguenza la recessione, il crollo dell’economia, la perdita di milioni di posti di lavoro. Ma, dopo le tragiche esperienze del passato, poco è cambiato visto che ancora oggi gli strumenti della speculazione valgono 4 o 5 volte l’intero Pil mondiale.

Il presidente Obama è intervenuto con forza sull’Europa affinchè si muovesse con provvedimenrti straordinari perchè la Casa Bianca non vuole ripetere il dramma del 2008 e l’attacco alla Grecia e poi all’Europa ricalca lo stesso schema, minacciando la possibile ripresa internazionale. In aprile negli Statio Uniti sono stati creati 290mila nuovi posti di lavoro, da quattro mesi c’è un leggero miglioramento che Obama non vuole assolutamente pregiudicare con un’altra crisi finanziaria. Dal 2008 ad oggi gli Stati Uniti hanno perso circa otto milioni di occupati. ci vorranno anni per recuperarli. La preoccupazione di Obama è giustificata. Un timore che dovrebbe essere prioritario per tutta l’Europa e, in particolare, per l’Italia.

Il prevalere degli interessi finanziari, o chiamamola pure della speculazione, rispetto alla tutela degli investimenti, della produzione, del lavoro è l’elemento costante di questi anni e anche di questa crisi. La finanza domina i mercati, ricatta i governi e impone una ristrutturazione delle attività industriali da cui raccogliere altri profitti: un processo politico globale che colpisce soprattutto il mondo del lavoro, i sindacati e si potrebbe aggiungere anche la sinistra. Dopo due anni di crisi, dopo la caduta di simboli storici del capitalismo, dopo le copertine dei settimanali americani che invitano a leggere Carlo Marx, non è cambiato nulla. Siamo ancora qui a registrare il trionfo della finanza e la sconfitta della politica e del lavoro. Questa è la realtà.

GLI EFFETTI DELLA CRISI GRECA.

Sandro Trento Italia dei Valori 9 maggio 2010.

Parliamo della situazione molto difficile che si sta creando sui mercati finanziari, in particolare in Europa, con riferimento alla crisi greca. Ieri, sei maggio, si ha avuto una giornata nera nelle borse europee, in particolare la borsa di Milano ha perso il 6%, una perdita molto grave, in seguito ad un rapporto da parte di Moody's, l'agenzia di rating internazionale, che lanciava un allarme per il rischio di un contagio della crisi greca verso altri Paesi, come il Portogallo, l'Irlanda, la Spagna, il Regno Unito e anche l'Italia.
Le banche di questi Paesi potrebbero risentire rapidamente delle difficoltà nate in Grecia per una serie di ragioni. Le banche di questi Paesi sono molto grandi, rappresentano una quota molto rilevante della ricchezza nazionale, per avere un idea l'attivo delle banche in Gran Bretagna è pari a circa 4 volte il Prodotto interno lordo della Gran Bretagna, in Spagna 3 volte il Prodotto interno lordo, cifre molto rilevanti. Questo fa si che quando si hanno dei rating, dei voti, o con riferimento al sistema nazionale, quindi al Paese, o con riferimento alle banche, si possono avere degli effetti negativi a vicenda. Se si ha un giudizio negativo su una grande banca si ha un giudizio negativo sul Paese e viceversa.
Un secondo riferimento è quello legato alla bolla immobiliare, scoppiata nel 2007 con il grande sviluppo dei mutui per l'acquisto delle case, che in alcuni Paesi aveva raggiunto dei livelli molto importanti. Per fare un esempio, in Irlanda il debito medio delle famiglie è pari a due volte il reddito annuo delle famiglie stesse. Una famiglia che guadagna in un anno 100 ha un debito di 200, un debito molto rilevante. In Gran Bretagna parliamo di un rapporto del 130%. Stiamo parlando di Paesi nel quale il settore privato, e in particolare le famiglie, si sono molto indebitate per ragioni anche legate all'acquisto delle case.
La situazione secondo Moody's potrebbe essere quella in cui la crisi della Grecia, l'eventuale rischio di fallimento della Grecia, potrebbe travasarsi tramite il crollo del valore dei titoli del debito pubblico greco negli attivi delle banche dei Paesi europei creando un effetto a valanga. Questa dichiarazione di Moody's ha scatenato un ondata di vendite sui mercati finanziari e ha colpito anche la borsa di Milano. Non vogliamo essere allarmisti, crediamo che la situazione italiana non sia una situazione del tutto confrontabile sotto alcuni profili con quella dei Paesi che vi ho citato. Per fare un esempio, il debito delle famiglie italiane è molto più basso del reddito delle famiglie irlandesi, spagnole o inglesi. Per dare un numero, in media il debito delle famiglie italiane è inferiore al 50% del Prodotto interno lordo. Anche il peso per le banche, sul Prodotto interno lordo, è molto più piccolo. Le nostre banche, in media, sono più piccole rispetto alle banche spagnole, inglesi e cosi via. Non dobbiamo lanciare allarmi non fondati.
L'altra considerazione da fare è che per quanto riguarda la diffusione dei titoli del debito pubblico greco, le banche italiane ne hanno una quota molto più piccola rispetto alle banche tedesche o francesi. Nello scenario in cui questi titoli scendessero radicalmente di valore, avrebbe un impatto molto più basso sul sistema bancario italiano. Ma la questione italiana a cui dobbiamo tenere sotto controllo è quella legata al debito pubblico italiano, che in questo anno tocca il 115% mentre l'anno prossimo potrebbe toccare il 118%. Purtroppo il Governo italiano ha presentato la relazione unificata sull'economia e la finanza pubblica, dove abbiamo appreso che il Governo si attende una stabilizzazione del debito pubblico italiano sul livello pari al 117% del Pil nel 2012, quindi sostanzialmente l'impressione che abbiamo è che si considera come obiettivo stabilizzare il debito pubblico ad un livello altissimo, paragonabile a quello della crisi che l'Italia ebbe nel 1992. Questa stima si basa anche sull'ipotesi di crescita dell'Italia, che a mio avviso sono abbastanza ottimistiche, tenendo conto delle difficoltà di questo momento legate anche alla crisi greca.
E' vero che le famiglie italiane sono meno indebitate rispetto a quelle degli altri Paesi, è vero che le banche italiane hanno meno titoli greci nel loro portafoglio, è vero che le banche italiane sono più solide di quelle degli altri Paesi, ma resta il grave problema della finanza pubblica italiana, in particolare di questo enorme debito pubblico che abbiamo accumulato.
Per evitare davvero il contagio, per evitare che la “malattia” greca possa attraversare il Mediterraneo e arrivare a Roma, è indispensabile che il Governo attui al più presto quelle riforme che da tempo chiediamo come Italia dei Valori. Riforme che facciano crescere l'economia italiana, come la liberalizzazione dei servizi, come una nuova regolazione delle professioni, completare una riforma del mercato del lavoro che lo renda più funzionale ed efficiente, interventi sull'istruzione, ma soprattutto interventi che abbiano il coraggio di incidere sulla spesa pubblica nei prossimi anni, come provvedimenti che allunghino la vita lavorativa. Bisogna avere il coraggio, in questo momento, di essere anche impopolari per scongiurare un contagio greco. Bisogna farlo oggi prima che sia troppo tardi.
Stiamo aspettando con ansia che il Governo ci fornisca dei dati, delle stime concrete, su quale sarà l'effetto della riforma del federalismo fiscale sulla finanza pubblica. La nostra grande preoccupazione è che si possano nascondere delle vere proprie “bombe”, per capire se l'effetto sui conti pubblici del federalismo fiscale, che la Lega continua a chiedere, possano essere dirompenti sugli equilibri della finanza pubblica. Questo è il momento di tirare fuori questi dati, per spiegare ai cittadini italiani quale è il costo che si vuole scaricare sui conti pubblici legati ad un favore da fare alla Lega Nord. Questa è una delle questioni sulla quale vogliamo richiamare l'attenzione di tutti quanti.

sabato 1 maggio 2010

Ma noi ne usciremo meglio di altri – 11
da Phastidio.net del 30 aprile 2010

Pochi numeri, la sintesi di un problema che si aggrava di mese in mese. Come comunica oggi Istat, il numero di occupati a marzo 2010 è pari a 22 milioni 753 mila unità (dati destagionalizzati), in calo dello 0,2 per cento rispetto a febbraio e inferiore dell’1,6 per cento (-367 mila unità) rispetto a marzo 2009. Il tasso di occupazione è pari ad un disastroso 56,7 per cento (inferiore, rispetto a febbraio, di 0,1 punti percentuali e di 1,1 punti percentuali rispetto a marzo dell’anno precedente).

Il numero delle persone in cerca di occupazione risulta pari a 2 milioni 194 mila unità, in crescita del 2,7 per cento (+58 mila unità) rispetto al mese precedente e del 12 per cento (+236 mila unità) rispetto a marzo 2009. Il tasso di disoccupazione si posiziona all’8,8 per cento (+0,2 punti percentuali rispetto al mese precedente e +1 punto percentuale rispetto a marzo 2009), peggior risultato dal secondo trimestre 2002. Il tasso di disoccupazione giovanile è pari al 27,7 per cento, con un calo di 0,4 punti percentuali rispetto al mese precedente ma in aumento di 2,9 punti percentuali rispetto a marzo 2009.

Il numero di inattivi di età compresa tra 15 e 64 anni, è pari a 14 milioni 907 mila unità, con una riduzione dello 0,2 per cento (-24 mila unità) rispetto a febbraio 2010 e un aumento dell’1,6 per cento (+239 mila unità) rispetto a marzo 2009. Il tasso di inattività è pari al 37,8 per cento (-0,1 punti percentuali rispetto al mese precedente ma in aumento di 0,5 punti percentuali rispetto a marzo 2009).

Naturalmente, vi diranno che siamo messi meglio della media europea, che sta al 10 per cento. E non vi diranno nulla riguardo il fatto che abbiamo un tasso di attività che è di nove punti percentuali inferiore alla media Ue, situazione che tende a frenare l’ascesa della disoccupazione. Né vi diranno che abbiamo un ricorso alla cassa integrazione che non accenna a flettere, anzi che la cig sta lentamente trasformandosi in un ammortizzatore “a piè di lista”, gravando sempre più sulla finanza pubblica e riproducendo le condizioni degli anni Settanta, quando imprese decotte restavano in vita.

Né vi diranno che il numero di disoccupati tedeschi, in marzo (per rendere il confronto temporalmente omogeneo) era sceso dall’8,1 all’8 per cento, e che in aprile, dato comunicato ieri, si è ulteriormente contratto al 7,8 per cento. Se pensate che il dato tedesco derivi dal fenomeno dello scoraggiamento, ripensateci: il totale degli occupati tedeschi, a marzo, è cresciuto di 10.000 unità rispetto a febbraio.

Sono molte le cose che non vi diranno. Perché se ve le dicessero, esiste un’elevata probabilità che vi inquietereste.

mercoledì 31 marzo 2010

La Cina supera il Giappone: è la seconda potenza industriale del mondo.


Da Greenreport del 31 marzo 2010.


Il Quotidiano del Popolo on-line ha annunciato oggi che «L'industria manifatturiera della Cina occupa il 15,6% dl valore totale dell'industria mondiale. Così, la Cina ha sostituito il Giappone per diventare il secondo più grande Paese manifatturiero del mondo, immediatamente dopo gli Stati Uniti». Il giornale del Partito comunista cinese riferisce quanto detto da Wang Zhongyu, presidente della Federazione delle imprese cinesi, nel corso di una conferenza nazionale sulla gestione imprenditoriale tenutasi a Pechino.

Wang ha sottolineato che «La Cina si classifica prima nella classifica mondiale per la produzione in numerosi settori di attività e che per questo è anche chiamata "la fabbrica del mondo". Ma l'industria manifatturiera cinese non sempre altrettanto forte, essendo la maggioranza delle sue imprese a basso valore aggiunto, con dei servizio meno avanzati di molti delle loro omologhe straniere. Nei Paesi sviluppati, i settori dei sevizi fanno parte dei settori più avanzati, diventando anche le principali attività di numerose società multinazionali».

Il sorpasso cinese è confermato dai dati resi noti dall' United Nations Industrial Development Organization (Unido) la Cina è al 15,6% dl valore totale della produzione industriale del pianeta, il Giappone al 15,4%. Gli Usa restano primi con il 19%. Il Quotidiano del Popolo informa che nel 2009, la produzione cinese di acciaio è stata di 568 milioni di tonnellate (il 47% della produzione mondiale); la produzione e vendita di cemento è arrivata a 1,65 miliardi di tonnellate (60%); la capacità di gestione dei porti cinesi ha raggiunto i 7 miliardi di tonnellate, cioè il 50% del totale mondiale.

Le cifre sui servizi confermano le preoccupazioni del presidente della "Confindustria" cinese: le società statunitensi che operano nei servizi rappresentano il 58% del totale delle imprese di produzione Usa, mentre in Cina solo il 2,2% delle imprese è impegnata nel settore dei servizi. D'altronde la "fabbrica del mondo" non può davvero pensare ancora all'economia post-industriale all'occidentale... Eppure secondo Wang «Le imprese cinesi dovranno trasformarsi in imprese di servizi, seguendo la tendenza mondiale dello sviluppo dell'industria».

Il sito del ministero del commercio cinese ieri aveva annunciato che «Secondo delle informazione della Wto (l'Organizzazione mondiale del commercio), la Cina ha superato la Germania per diventare il più grande esportatore del mondo, occupando il 10% delle esportazioni mondiali. Le statistiche a hanno anche dimostrato che per le importazioni la Cina figura al secondo posto ed occupa l'8% delle importazioni mondiali, dietro agli Stati Uniti (13%)».

Secondo la Wto la crescita del commercio mondiale nel 2010 raggiungerà il 9,5%, segnando la fine della crisi e l'avvio della ripresa economica a livello mondiale.

I dubbi sul fatto che la Cina sarebbe diventato il primo esportatore del pianeta venivano soprattutto dalla possibile rivalutazione dello yuan, ma invece gli indicatori commerciali cinesi sono tutti al rialzo, a cominciare dal record mondiale di auto vendute con il sorpasso sugli Usa e si prevede che il Pil cinese supererà quello del Giappone per salire al secondo posto.

Un portavoce del ministero del commercio spiega però sul Quotidiano del Popolo che secondo lui «Le esportazioni cinesi sarebbero superiori a quelle della Germania, ma queste cifre riguardano solo il 2009. In base e in misura alla ripresa economica del 2010 e del 2011, saranno fluttuanti e precarie. I grandi Paesi commerciali come gli Stati Uniti e la Germania hanno finito la loro trasformazione da Paesi industriali a Paesi di servizi, attualmente offrono esportazioni e servizi e preferiscono disporre degli investimenti localmente. La classifica non è il solo indice ma la struttura delle esportazioni ha bisogno di un maggior riaggiustamento e di fare dei progressi».

Oggi il Beijing Times ha pubblicato i dati di Wind Info con la classifica delle 10 imprese cinesi quotate in borsa con i maggiori guadagni: in testa c'é la Industrial and Commercial Bank of China (Icbc), il più grande istituto di prestiti del mondo per valore di mercato, con 129,4 miliardi di yuan (18,95 miliardi di dollari), la Icbc ha superato la PetroChina (15,14 miliardi di dollari) che scivola al terzo posto sorpassata anche dalla China Construction Bank, (15,65 milliardi di dollari), Quarta è la China Bank. Seguono Industrial Bank, l'operatore telefonico China Unicom e China Vanke il più grande promotore immobiliare cinese, e la Huaneng Power International il maggiore produttore di elettricità del Paese. Tutte insieme le 10 prime imprese cinesi mettono in saccoccia 561,14 miliardi di yan, il 75% del totale delle 832 aziende prese in esame dalla classifica, mancano però all'appello colossi come China Life Insurance e China Merchants Bank che non hanno ancora presentato i loro bilancia annuali. La classifica sembra contraddire quanto dice il governo sulla debolezza del settore dei sevizi cinesi: la top ten è costituita tutta da imprese del settore energetico e delle finanze.

giovedì 11 marzo 2010

ITALIA. SECONDO L'OCSE PROSPETTIVE MAGRE.


Pietro Salvato su Giornalettismo del 10 marzo 2010

2009 da dimenticare e 2010 carico d’incertezze. Ecco come si presenta il quadro economico italiano. Per l’Ocse siamo solo 20mi nella classifica europea del Pil pro capite, mentre la mobilità sociale s’è fermata. Nel lungo periodo, inoltre, il nostro Paese potrebbe restare a bassa crescita.

“Quello che serve è una strategia per la crescita. Prima vediamo la strategia, poi vediamo come allocare le risorse. Il debito italiano è molto alto e certo nei prossimi anni l’Italia avrà molta concorrenza da altri governi per finanziarsi sui mercati, dunque occorre molta prudenza nel gestire il bilancio pubblico“. Parola del capo economista dell‘Ocse, Pier Carlo Padoan che ha tracciato un quadro non certamente entusiasmante dello stato della nostra economia e delle sue più immediate prospettive. Anzi, anche nel lungo periodo – quando Keynes sosteneva con humor tipicamente britannico “saremo tutti morti” – Padoan non vede particolare miglioramenti: “L’Italia potrebbe restare a bassa crescita strutturale, le riforme che alzano il potenziale di crescita richiedono tempo per dare risultati“.

MA L’OCSE VA OLTRE - L’Italia è tra i paesi più colpiti dalla crisi economica mondiale cominciata, oramai, quasi due anni fa. E questo il giudizio dell’Ocse che suo nel rapporto denominato “Obiettivo crescita”che stima per il nostro Paese nel lungo termine, una perdita del Pil di ben -4,1% rispetto al suo potenziale. Questo vero e proprio crollo, sarebbe il frutto del calo persistente dell’occupazione (-1,9%) e del maggior costo dei capitali, per 2,1 punti percentuale. Nella classifica stilata, i paesi più colpiti saranno l’Irlanda (-11,8), la Spagna (-10,6), la Polonia (-4,5) e quindi proprio l’Italia. Il nostro Paese si piazza al ventesimo posto, sui trenta paesi dell’Ocse, sia per quanto riguarda la Produttività sia per il Pil pro-capite. A causa della crisi, lo scarto in termini di produttività tra l‘Italia e i principali Paesi dell‘Ocse si è ulteriormente dilatato, arrivando al 25%. Nel rapporto dell’organizzazione economica parigina, inoltre, è stato evidenziato come la differenza di Pil per ora di lavoro, rispetto al resto degli altri paesi che ci precedono on classifica, ha toccato la soglia del 20%, mentre quella del Pil pro capite prmai sfiora il 30%. “I risultati dell’Italia sulla produttività sono rimasti mediocri“, scrive l’Ocse nel suo rapporto, anche se “il comportamento del mercato del lavoro, sia per il tasso di attività che per quello di disoccupazione, è regolarmente migliorato fino a quando l’economia è stata toccata dalla crisi“, ossia prima del 2008. “La performance della produttività resta modesta - conferma il documento – le azioni di liberalizzazione e incremento della concorrenza ne hanno migliorato le prospettive, anche se resta la necessità di altre riforme“. Inutile ricordare, ancora una volta, che le ultime “azioni di liberalizzazione ed incremento della concorrenza” nel nostro paese sono quelle riconducibili alle leggi “Bersani”, in verità comunque modeste, ormai datate più di due anni fa.

LA MOBILITÀ SOCIALE CHE NON C’È - Sempre per l’Ocse, l’Italia si piazza in coda a quasi tutti gli altri paesi europei per quanto riguarda la cosiddetta “mobilità sociale” . Nel nostro paese, almeno il 40% del agevolazione economiche dei padri con redditi elevati viene trasmesso ai figli. Solo in Gran Bretagna la proporzione è più elevata. Inoltre se il padre è laureato, il figlio ha il 30% in più di probabilità di arrivare all’università del figlio di genitori con un minore grado di istruzione e la disparità si tradurrà in futuro, di conseguenza, in un’ineguaglianza di reddito. L’Italia, inoltre, risulta essere uno dei Paesi in cui c’è un maggiore premio in termini di reddito se si proviene da una famiglia di buon livello culturale e una delle maggiori penalizzazioni se la famiglia di provenienza ha un minore livello d’istruzione. In sostanza, emerge il ritratto di un paese ingessato, anchilosato tra rendite, spesso parassite, e palesi conflitti d’interesse.

LA RICETTA PARIGINA - Proprio per questo, secondo l’Ocse, i settori in cui gli interventi dovrebbero essere prioritari sono quelli riguardanti la riduzione della proprietà pubblica e delle barriere normative alla concorrenza, il miglioramento del sistema di istruzione, soprattutto universitario, il decentramento della contrattazione salariale e l’aumento dei finanziamenti per la ricerca. “L’Italia – sostiene l’Ocse nel suo rapporto – deve ridurre le tasse sul lavoro e sulle pensioni, oltre ad aumentare le deduzioni nell’Irap. Allo stesso tempo, deve finanziare le riduzioni fiscali con la lotta all’evasione, ponendo termine ai “condoni fiscali“. In particolare, dallo studio emerge che per un single a basso reddito e senza figli la pressione fiscale sì è avvicinata al 45%, mentre è sotto il 35% nell’area Ocse. Per una persona sposata, con medio reddito e due figli, la tassazione supera il 35%, contro una media Ocse vicina al 27%. Tutte cose che gli osservatori più attenti delle nostre vicende socio-economiche, hanno più volte segnalato nel silenzio assordante, ad onor del vero, di molti media e soprattutto nel vuoto di proposta e d’azione dello stesso governo.