Editoriale di Concita De Gregorio del 13 - 09 -2009
La guerra preventiva ai giudici antimafia è cominciata da settimane. Ha dato il via all'offensiva come sempre il premier in persona, i suoi giornali si sono accodati. «Rispolverano persino i rapporti professionali del fratello del generale Mori col gruppo Finivest», hanno scritto pochi giorni fa per sostenere, naturalmente, che è una campagna diffamatoria: da esperti del ramo le riconoscono in via preventiva. È comprensibile che gli esiti delle inchieste parlemitane sulla trattativa fra Stato e Mafia preoccupino assai il presidente del Consiglio e i suoi soci ed amici più fidati, Dell'Utri per primo. L'autunno si annuncia denso di novità, dunque bisogna cominciare col depistare, diffondere nebbie, confondere le carte. Le carte, però, hanno il difetto - finchè non scompaiono, certo - di essere conservate e spesso trasferite in file, ultimamente. Di un file dimenticato vi parliamo oggi. Un file che è adesso sul tavolo della procura di Palermo. Vi si narra dei rapporti di lavoro tra i fratelli di Mori e di Berlusconi, Alberto Mori e Paolo Berlusconi, soci all'inizio degli anni Novanta in una ditta di costruzioni siciliana già oggetto d'indagine per un giro d'affari in odor di mafia. A lungo si è sostenuto che fosse una menzogna, il generale stesso ha smentito in un aula di tribunale che quel Mori fosse suo fratello. Oggi in una relazione della Dia si legge che c'è stato, è vero, un errore di trascrizione materiale quanto al nome di battesimo del fratello di Mori - Alberto e non Giorgio - ma che la persona di cui si tratta è proprio lui: è lui il socio di Paolo Berlusconi nella Co.Ge., a luglio del 1999 oggetto di indagine a proposito di un «tavolo di appalti» con la mafia. Il file dimenticato non è oggi oggetto di una nuova indagine, non c'è altro da sapere quanto a quello: i magistrati di Palermo lo hanno acquisito perché è utile a inquadrare meglio la posizione del generale Mori, lui sì protagonista dell'inchiesta sulla trattativa di cui parla il figlio dell'ex sindaco Vito Ciancimino. L'inchiesta sul «Papello» che conterrebbe le prove dei rapporti tra uomini dello Stato e vertici di Cosa Nostra negli anni terribili delle stragi. Di Mori e del processo nascosto vi abbiamo parlato a lungo qui fin dal gennaio scorso. Continueremo a tenervi aggiornati.
Sono notizie che difficimente sentirete in tv. In Rai da ieri l'unico autorizzato a parlare delle gesta del Presidente del Consiglio è Bruno Vespa. Martedì Berlusconi sarà all'Aquila per la cerimonia di consegna delle prime casette ai terremotati. «Ballarò» avrebbe ripreso la programmazione d'autunno proprio martedì con una puntata sull'Aquila. Niente da fare. Per ordini superiori il programma di Giovanni Floris è annullato, slitta a giovedì: dell'Aquila si occupa già Bruno Vespa con uno Speciale Tg1 ed è opportuno che gli italiani vedano solo quello. La Voce del Padrone. Non poter scegliere se seguire la stessa notizia su RaiUno o su RaiTre è l'evidenza del punto in cui siamo. «Non c'è nulla nell'epoca moderna che influenzi le persone più della televisione», diceva il premier qualche giorno fa a una tv tunisina. Appunto. Spengiamola, ora, e troviamoci in piazza il 19.
lunedì 14 settembre 2009
REGIME!
Pierpaolo Farina su Orgoglio Democratico del 13 settembre 2009
“La servitù, in molti casi, non è una violenza dei padroni, ma una tentazione dei servi.”
(Indro Montanelli)
Come al solito, aveva ragione Montanelli. Perché in questi giorni non abbiamo assistito ad imposizioni del Re Sòla ai suoi dipendenti, stipendiati per l’80% con i soldi dei cittadini e non i suoi, bensì a veri e propri atti di prostrazione nei suoi confronti da parte dei suoi vassalli, valvassini e valvassori più zelanti e lecchini.
Non è più come ai tempi dell’Editto Bulgaro, dove Berlusconi ordina e gli altri eseguono: adesso la gara tra i servi e i parassiti che vivono del suo successo, della sua fama e del suo denaro (che nel caso Rai è anche quello dei contribuenti), sta tutta nell’intercettare i desideri del Capo, nel meritare segretamente la sua stima e la sua benevolenza senza nemmeno farlo parlare.
Chi ha chiesto a Feltri di iniziare il killeraggio mediatico di Dino Boffo, direttore di Avvenire? Nessuno, ma il padrone qualche giorno prima aveva espresso malumori nei confronti dei presutni fraintendimenti della stampa cattolica e di Avvenire in particolare. E se uno assume un picchiatore, non ci si può aspettare che rimanga lì a guardare, picchia e basta, senza preoccuparsi delle conseguenze.
E che dire del fantasmagorico Minzolini, in arte Scodinzolini, che è riuscito ad occultare tutto il grande scandalo delle escort a Palazzo Chigi e a Villa Certosa, avio-trasportate con i soldi dei contribuenti in alcuni casi? Nessuno gli aveva chiesto di andare in televisione a spiegare che gli scandali del premier sono gossip, mentre lo stomaco pieno di pillole di Micheal Jackson non lo è. Eppure lo ha fatto, scatenando critiche a non finire, ma è sempre lì, al suo posto, alfiere dell’ipocrisia berlusconiana e della falsa imparzialità.
Volete dimenticarvi del buon Dg Rai Masi, che intercettando i voleri del capo è riuscito in pochi mesi a far perdere all’azienda 150 milioni per i prossimi 3 anni con il divorzio non consensuale da Sky, a mettere in forse AnnoZero (in onda solo grazie alle sentenze del Tribunale del Lavoro), Report della Gabanelli, Parla con Me della Dandini, Che tempo che fa di Fazio e oggi addirittura Ballarò del mite Floris?
Il vespino di Sinistra, come lo chiamano in certi ambienti, è stato censurato per dare il monopolio esclusivo della prima serata della tv pubblica al Vespa originale, l’insetto che da anni si prostra ai piedi del suo padrone in ogni puntata e che percepisce anche uno stipendio come editorialista di Panorama (cosa che sarebbe vietata, ma per Vespa si fa un’eccezione).
La motivazione ufficiale della Direzione Generale della Rai è che si vuole “valorizzare un momento importante per il Paese”. Per il Paese o per il Presidente del Consiglio? Perché dubitiamo che l’uomo che non ha resistito a prendere la parola al funerale di Mike Bongiorno per farsi il suo salutare bagno di folla di fronte a ben 3 dirette televisive, stia a casa nel momento in cui verranno consegnate le prime case per i terremotati.
Ciò che è chiaro è che c’è una perversa concezione della televisione pubblica nel centro-destra, tale per cui la Rai non è l’espressione pluralistica delle varie anime del Parlamento, e quindi del Paese, bensì è una Televisione di Stato che deve fare gli interessi dello Stato. Cosa non di poco conto in un Paese dove il Presidente del Consiglio è solito ripetere “lo Stato sono Io”, in alcuni deliri senili di assolutistica potenza e prepotenza, ed è anche il proprietario dell’altra metà del panorama televisivo italiano.
In un Paese nel quale il 69% dei cittadini afferma per certo di formare la propria opinione politica, sociale, culturale attraverso la televisione, avere il 90% di essa nelle proprie mani non solo assicura duratura stabilità politica, ma getta le fondamenta per un futuro regime. O per una Democrazia da balcone. E sappiamo che il balcone di Silvio Berlusconi non è quello di Palazzo Venezia e nemmeno quello di Casa Rosada: il balcone di Berlusconi è la televisione!
“La servitù, in molti casi, non è una violenza dei padroni, ma una tentazione dei servi.”
(Indro Montanelli)
Come al solito, aveva ragione Montanelli. Perché in questi giorni non abbiamo assistito ad imposizioni del Re Sòla ai suoi dipendenti, stipendiati per l’80% con i soldi dei cittadini e non i suoi, bensì a veri e propri atti di prostrazione nei suoi confronti da parte dei suoi vassalli, valvassini e valvassori più zelanti e lecchini.
Non è più come ai tempi dell’Editto Bulgaro, dove Berlusconi ordina e gli altri eseguono: adesso la gara tra i servi e i parassiti che vivono del suo successo, della sua fama e del suo denaro (che nel caso Rai è anche quello dei contribuenti), sta tutta nell’intercettare i desideri del Capo, nel meritare segretamente la sua stima e la sua benevolenza senza nemmeno farlo parlare.
Chi ha chiesto a Feltri di iniziare il killeraggio mediatico di Dino Boffo, direttore di Avvenire? Nessuno, ma il padrone qualche giorno prima aveva espresso malumori nei confronti dei presutni fraintendimenti della stampa cattolica e di Avvenire in particolare. E se uno assume un picchiatore, non ci si può aspettare che rimanga lì a guardare, picchia e basta, senza preoccuparsi delle conseguenze.
E che dire del fantasmagorico Minzolini, in arte Scodinzolini, che è riuscito ad occultare tutto il grande scandalo delle escort a Palazzo Chigi e a Villa Certosa, avio-trasportate con i soldi dei contribuenti in alcuni casi? Nessuno gli aveva chiesto di andare in televisione a spiegare che gli scandali del premier sono gossip, mentre lo stomaco pieno di pillole di Micheal Jackson non lo è. Eppure lo ha fatto, scatenando critiche a non finire, ma è sempre lì, al suo posto, alfiere dell’ipocrisia berlusconiana e della falsa imparzialità.
Volete dimenticarvi del buon Dg Rai Masi, che intercettando i voleri del capo è riuscito in pochi mesi a far perdere all’azienda 150 milioni per i prossimi 3 anni con il divorzio non consensuale da Sky, a mettere in forse AnnoZero (in onda solo grazie alle sentenze del Tribunale del Lavoro), Report della Gabanelli, Parla con Me della Dandini, Che tempo che fa di Fazio e oggi addirittura Ballarò del mite Floris?
Il vespino di Sinistra, come lo chiamano in certi ambienti, è stato censurato per dare il monopolio esclusivo della prima serata della tv pubblica al Vespa originale, l’insetto che da anni si prostra ai piedi del suo padrone in ogni puntata e che percepisce anche uno stipendio come editorialista di Panorama (cosa che sarebbe vietata, ma per Vespa si fa un’eccezione).
La motivazione ufficiale della Direzione Generale della Rai è che si vuole “valorizzare un momento importante per il Paese”. Per il Paese o per il Presidente del Consiglio? Perché dubitiamo che l’uomo che non ha resistito a prendere la parola al funerale di Mike Bongiorno per farsi il suo salutare bagno di folla di fronte a ben 3 dirette televisive, stia a casa nel momento in cui verranno consegnate le prime case per i terremotati.
Ciò che è chiaro è che c’è una perversa concezione della televisione pubblica nel centro-destra, tale per cui la Rai non è l’espressione pluralistica delle varie anime del Parlamento, e quindi del Paese, bensì è una Televisione di Stato che deve fare gli interessi dello Stato. Cosa non di poco conto in un Paese dove il Presidente del Consiglio è solito ripetere “lo Stato sono Io”, in alcuni deliri senili di assolutistica potenza e prepotenza, ed è anche il proprietario dell’altra metà del panorama televisivo italiano.
In un Paese nel quale il 69% dei cittadini afferma per certo di formare la propria opinione politica, sociale, culturale attraverso la televisione, avere il 90% di essa nelle proprie mani non solo assicura duratura stabilità politica, ma getta le fondamenta per un futuro regime. O per una Democrazia da balcone. E sappiamo che il balcone di Silvio Berlusconi non è quello di Palazzo Venezia e nemmeno quello di Casa Rosada: il balcone di Berlusconi è la televisione!
E gli USA dissero basta col PCI
Nicola Tranfaglia su Antimafia 2000 del 13 settembre 2009
In un saggio di Gentiloni Silveri l’attacco di Ford a Moro che stroncò sul nascere l’inclusione dei comunisti nel governo.
In un colloquio cruciale che si svolge ad Helsinki il primo agosto 1975 tra la delegazione italiana e quella degli Stati Uniti ai massimi livelli (da parte americana il presidente Gerald Ford e il segretario di Stato Henry Kissinger,da quella italiana il presidente del Consiglio Aldo Moro e il ministro degli Esteri Mariano Rumor)e che oggi Umberto Gentiloni Silveri è in grado di pubblicare, perché ormai accessibile,nel suo interessante libro su L’Italia sospesa. La crisi degli anni settanta vista da Washington (Einaudi Storia,pp.238,28 euro) emerge con grande chiarezza il contrasto tra la posizione del governo americano e di quello italiano(almeno di quello guidato da Moro)su un aspetto fondamentale della crisi politica italiana:il giudizio sul partito comunista di Enrico Berlinguer.
Vale la pena- per un discorso nuovo e più realistico sulla crisi italiana in quegli anni-riportare almeno in parte, traendolo da quel volume lo scambio di battute tra Ford e Moro,come tra Kissinger e il nostro primo ministro-presidente del Consiglio .
“Il trait-d’union-scrive l’autore-viene offerto da un giudizio sprezzante di Ford sul leader socialista Mario Soares che avrebbe sostenuto il PCI nelle elezioni italiane.Moro non è d’accordo e chiarisce che il sostegno era rivolto a candidati socialisti a Roma e a Napoli.La situazione italiana non è paragonabile agli altri paesi del continente,prosegue il primo ministro:”Purtroppo molti elettori preferiscono guardare a Berlinguer e al PC1 piuttosto che ai socialisti.”
….Aldo Moro non si fa sfuggire l’occasione:”Stanno cercando di essere moderati(…)E molti cominciano a pensare che i comunisti italiani siano dei socialdemocratici, anche gente di affari lo pensa.I comunisti fanno appello a tutte le classi(…)Quello che deve ricordare,Presidente(si svolge direttamente a Ford)è che non tutti coloro che votano comunista sono comunisti.Molti di loro sono in favore della libertà,delle libertà.”
Ford non concorda e seccamente domanda quali siano i rapporti con Mosca.Moro non accetta semplificazioni:”Non sembrano molto vicini al momento.Ci sono frizioni e contrasti,chiedono con insistenza maggiore autonomia.”ma come-interviene Kissinger-in Polonia mi hanno detto che i comunisti locali sono molto legati al Pci”. “Questo è possibile –replica Moro(…)Non dico che non vi siano legami,ma loro hanno autonomia”. Ford insiste sulle proprie ragioni:”Stanno chiedendo di entrare al governo dopo le recenti elezioni? Se fossero al governo,per noi sarebbe molto difficile spiegare come l’Italia possa rimanere nella Nato”.”Certamente-replica Moro-loro al momento non lo chiedono.Si dicono favorevoli alla Nato ma noi non ci crediamo.”.Ma Kissinger rincara la dose:”Sarebbe completamente incompatibile con la permanenza nella Nato l’ingresso dei comunisti al governo.
Moro dà loro ragione, precisando puntigliosamente che nella società italiana la percezione del Pci è differente dagli stereotipi della guerra fredda e che “le barriere contro i comunisti non sono grandi e resistenti come in passato”.E ancora quasi a voler evidenziare le contraddizioni statunitensi:”Come possiamo tenere queste rigide barriere se voi stringete la mano a Breznev e incontrate i sovietici:” Ford replica con durezza:”Le due dinamiche non sono compatibili.Questa è distensione e se io incontro Breznev non significa che lo voglio fare vicepresidente.Non capisco come non si possa distinguere una mela da un’arancia.” I toni si fanno più accesi.”
Come si può vedere dal colloquio, ma anche da altri elementi che l’autore può trarre dagli archivi personali di Aldo Moro, che da poco sono diventati consultabili, è proprio in quel colloquio che emerge il contrasto di fondo tra la strategia di Moro e del partito cattolico fino a quando lo segue e il governo americano. Ed è proprio allora che lo statista democristiano diventa l’ostacolo principale del governo repubblicano di Ford.
Il problema centrale della situazione italiana emerge con chiarezza da Washington:la guerra fredda nell’interpretazione di Ford e di Kissinger non consente l’assunzione del governo da parte di una coalizione di centro-sinistra che includa il PCI. Moro,invece,e la maggioranza democristiana che ha espresso la segreteria Zaccagnini,ritiene che quel passo sia necessario di fronte ai problemi gravi dell’Italia,all’espandersi del terrorismo,ai pericoli che corre la repubblica.
Il contrasto è grave e non prevede in quel momento un accordo tra i due alleati.L’Italia è in bilico e la soluzione politica non appare chiara.
Di fatto sarà l’intervento del terrorismo,con il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro,a modificare la situazione politica e a segnare la svolta che farà fallire i governi di unità nazionale e instaurare la coalizione di pentapartito in funzione anti-Pci.
Ma di quale terrorismo si trattò veramente? Su questo punto,a distanza di 40 anni dagli avvenimenti,esistono ancora aspetti non chiari su cui i documenti americani come quelli personali di Aldo Moro non permettono da svelare completamente gli interrogativi ancora aperti.
Ma il libro di Gentiloni Silveri conferma in maniera inequivocabile il contrasto tra il governo americano e la politica di Aldo Moro con l’apertura al PCI.
E questo è un dato di fatto che le spiegazioni semplicistiche circolate negli ultimi anni (come: sappiamo tutto e non c’è nessun retroscena a livello politico, non possono più mettere in discussione.)
Purtroppo alcuni testimoni e co-protagonisti, a cominciare dal senatore Andreotti o dal senatore Cossiga, non hanno ancora dato testimonianze complete e attendibili su quel periodo,l’archivio Vaticano è inaccessibili e molti documenti americani sono ancora segreti per non parlare di quelli italiani, tuttora coperti dal segreto di Stato.
C’è insomma ancora da lavorare molto per poter arrivare a una ricostruzione attendibile degli avvenimenti e del prezzo effettivo pagato dagli italiani per superare la crisi degli anni settanta.
Possiamo dire che stiamo ancora pagando , come si vede con chiarezza dai difetti della nostra democrazia e dai pericoli che sicuramente ancora corre.
Le cose non accadono mai a caso e la corsa attuale al consolidamento di un populismo autoritario nel nostro paese rivela il maggior rischio che abbiamo davanti.
Ma la maggioranza degli italiani, stordita da un bombardamento mediatico a senso unico e da una persistente indifferenza favorita anche dalla crisi economica,sembra non rendersene ancora conto malgrado che in autunno sia prevista il varo della legge sulle intercettazioni telefoniche che rappresenterà un nuovo,forte giro di vite contro i magistrati e i giornalisti,ma in definitiva contro tutti i cittadini che vogliono sapere quel che succede nel paese,quali reati si commettono,come cambia la società italiana.
In un saggio di Gentiloni Silveri l’attacco di Ford a Moro che stroncò sul nascere l’inclusione dei comunisti nel governo.
In un colloquio cruciale che si svolge ad Helsinki il primo agosto 1975 tra la delegazione italiana e quella degli Stati Uniti ai massimi livelli (da parte americana il presidente Gerald Ford e il segretario di Stato Henry Kissinger,da quella italiana il presidente del Consiglio Aldo Moro e il ministro degli Esteri Mariano Rumor)e che oggi Umberto Gentiloni Silveri è in grado di pubblicare, perché ormai accessibile,nel suo interessante libro su L’Italia sospesa. La crisi degli anni settanta vista da Washington (Einaudi Storia,pp.238,28 euro) emerge con grande chiarezza il contrasto tra la posizione del governo americano e di quello italiano(almeno di quello guidato da Moro)su un aspetto fondamentale della crisi politica italiana:il giudizio sul partito comunista di Enrico Berlinguer.
Vale la pena- per un discorso nuovo e più realistico sulla crisi italiana in quegli anni-riportare almeno in parte, traendolo da quel volume lo scambio di battute tra Ford e Moro,come tra Kissinger e il nostro primo ministro-presidente del Consiglio .
“Il trait-d’union-scrive l’autore-viene offerto da un giudizio sprezzante di Ford sul leader socialista Mario Soares che avrebbe sostenuto il PCI nelle elezioni italiane.Moro non è d’accordo e chiarisce che il sostegno era rivolto a candidati socialisti a Roma e a Napoli.La situazione italiana non è paragonabile agli altri paesi del continente,prosegue il primo ministro:”Purtroppo molti elettori preferiscono guardare a Berlinguer e al PC1 piuttosto che ai socialisti.”
….Aldo Moro non si fa sfuggire l’occasione:”Stanno cercando di essere moderati(…)E molti cominciano a pensare che i comunisti italiani siano dei socialdemocratici, anche gente di affari lo pensa.I comunisti fanno appello a tutte le classi(…)Quello che deve ricordare,Presidente(si svolge direttamente a Ford)è che non tutti coloro che votano comunista sono comunisti.Molti di loro sono in favore della libertà,delle libertà.”
Ford non concorda e seccamente domanda quali siano i rapporti con Mosca.Moro non accetta semplificazioni:”Non sembrano molto vicini al momento.Ci sono frizioni e contrasti,chiedono con insistenza maggiore autonomia.”ma come-interviene Kissinger-in Polonia mi hanno detto che i comunisti locali sono molto legati al Pci”. “Questo è possibile –replica Moro(…)Non dico che non vi siano legami,ma loro hanno autonomia”. Ford insiste sulle proprie ragioni:”Stanno chiedendo di entrare al governo dopo le recenti elezioni? Se fossero al governo,per noi sarebbe molto difficile spiegare come l’Italia possa rimanere nella Nato”.”Certamente-replica Moro-loro al momento non lo chiedono.Si dicono favorevoli alla Nato ma noi non ci crediamo.”.Ma Kissinger rincara la dose:”Sarebbe completamente incompatibile con la permanenza nella Nato l’ingresso dei comunisti al governo.
Moro dà loro ragione, precisando puntigliosamente che nella società italiana la percezione del Pci è differente dagli stereotipi della guerra fredda e che “le barriere contro i comunisti non sono grandi e resistenti come in passato”.E ancora quasi a voler evidenziare le contraddizioni statunitensi:”Come possiamo tenere queste rigide barriere se voi stringete la mano a Breznev e incontrate i sovietici:” Ford replica con durezza:”Le due dinamiche non sono compatibili.Questa è distensione e se io incontro Breznev non significa che lo voglio fare vicepresidente.Non capisco come non si possa distinguere una mela da un’arancia.” I toni si fanno più accesi.”
Come si può vedere dal colloquio, ma anche da altri elementi che l’autore può trarre dagli archivi personali di Aldo Moro, che da poco sono diventati consultabili, è proprio in quel colloquio che emerge il contrasto di fondo tra la strategia di Moro e del partito cattolico fino a quando lo segue e il governo americano. Ed è proprio allora che lo statista democristiano diventa l’ostacolo principale del governo repubblicano di Ford.
Il problema centrale della situazione italiana emerge con chiarezza da Washington:la guerra fredda nell’interpretazione di Ford e di Kissinger non consente l’assunzione del governo da parte di una coalizione di centro-sinistra che includa il PCI. Moro,invece,e la maggioranza democristiana che ha espresso la segreteria Zaccagnini,ritiene che quel passo sia necessario di fronte ai problemi gravi dell’Italia,all’espandersi del terrorismo,ai pericoli che corre la repubblica.
Il contrasto è grave e non prevede in quel momento un accordo tra i due alleati.L’Italia è in bilico e la soluzione politica non appare chiara.
Di fatto sarà l’intervento del terrorismo,con il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro,a modificare la situazione politica e a segnare la svolta che farà fallire i governi di unità nazionale e instaurare la coalizione di pentapartito in funzione anti-Pci.
Ma di quale terrorismo si trattò veramente? Su questo punto,a distanza di 40 anni dagli avvenimenti,esistono ancora aspetti non chiari su cui i documenti americani come quelli personali di Aldo Moro non permettono da svelare completamente gli interrogativi ancora aperti.
Ma il libro di Gentiloni Silveri conferma in maniera inequivocabile il contrasto tra il governo americano e la politica di Aldo Moro con l’apertura al PCI.
E questo è un dato di fatto che le spiegazioni semplicistiche circolate negli ultimi anni (come: sappiamo tutto e non c’è nessun retroscena a livello politico, non possono più mettere in discussione.)
Purtroppo alcuni testimoni e co-protagonisti, a cominciare dal senatore Andreotti o dal senatore Cossiga, non hanno ancora dato testimonianze complete e attendibili su quel periodo,l’archivio Vaticano è inaccessibili e molti documenti americani sono ancora segreti per non parlare di quelli italiani, tuttora coperti dal segreto di Stato.
C’è insomma ancora da lavorare molto per poter arrivare a una ricostruzione attendibile degli avvenimenti e del prezzo effettivo pagato dagli italiani per superare la crisi degli anni settanta.
Possiamo dire che stiamo ancora pagando , come si vede con chiarezza dai difetti della nostra democrazia e dai pericoli che sicuramente ancora corre.
Le cose non accadono mai a caso e la corsa attuale al consolidamento di un populismo autoritario nel nostro paese rivela il maggior rischio che abbiamo davanti.
Ma la maggioranza degli italiani, stordita da un bombardamento mediatico a senso unico e da una persistente indifferenza favorita anche dalla crisi economica,sembra non rendersene ancora conto malgrado che in autunno sia prevista il varo della legge sulle intercettazioni telefoniche che rappresenterà un nuovo,forte giro di vite contro i magistrati e i giornalisti,ma in definitiva contro tutti i cittadini che vogliono sapere quel che succede nel paese,quali reati si commettono,come cambia la società italiana.
«La verità è che restiamo senza case» «Dopo cinque mesi non sappiamo dove passeremo l'inverno e gli alberghi sono già pieni di sfollati»
Lettera dei terremotati a Napolitano:
TRE COMITATI SCRIVONO AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA DOPO AL SUA VISITA IN ABRUZZO
Caro Presidente,
le cronache sulla sua visita di ieri nella nostra città, a cinque mesi dal terremoto del 6 aprile, parlano del calore con cui gli aquilani l'hanno accolta e riferiscono del conforto da lei espresso nel vedere, dopo tutto quello che è successo, “fiducia e gente sorridente” che “crede molto nelle istituzioni”. Altro, a parte le note di colore, non è stato riportato. Sappiamo che ha parlato con i responsabili della Protezione Civile, con i rappresentanti locali. Ha avuto modo di chiedere, di vedere e di informarsi. Ma non ha aggiunto altro.
E' vero caro Presidente. Noi, anche quelli che non erano lì a stringerle la mano o ad ascoltare l'inno di Mameli, crediamo molto nelle istituzioni. Anzi moltissimo. Perché per noi le istituzioni rappresentano la possibilità di affrontare insieme i problemi di una comunità per risolverli insieme. Quindi dato che di problemi, dal 6 aprile, ne abbiamo un po' più del normale, nelle istituzioni crediamo molto, anche perché ne abbiamo molto bisogno. Questo lei lo sa, lo ha visto. Ha visto la distruzione immensa. Sa, come tutti noi, che da un evento del genere non ci si riprende se non attraverso sforzi collettivi eccezionali e soprattutto attraverso le scelte giuste. Altrimenti, semplicemente, le città e i paesi muoiono.
Ha visto, caro Presidente, il sorriso riaffiorare su qualche volto degli abitanti di Onna. Perché dopo i troppi lutti e la sofferenza di cinque mesi di tenda, potranno avere un tetto nel piccolo villaggio di case di legno che sorge accanto al paese distrutto. Ha potuto capire, caro Presidente, che la speranza è nel poter riallacciare i fili spezzati con le persone e i luoghi. E' poter restare insieme e restare lì. Vicino alla tua casa rotta, o mezza rotta, smozzicata, scoperchiata, ma che è la tua casa. La speranza è di ricostruire la casa, la scuola, le strade e le piazze e di ritrovarsi insieme.
Ma sulla strada che dall'Aquila conduce ad Onna, caro Presidente, avrà visto anche il cantiere di Bazzano, dove si costruisce il più grande dei 19 nuovi insediamenti destinati ad ospitare chi ha perso la casa. E' il Piano C.A.S.E. (Comitati Antisismici Sostenibili Ecompatibili), voluto dalla istituzione Protezione Civile, previsto da un decreto legge dell'istituzione Governo, convertito in legge dall'istituzione Parlamento, approvato con il sostegno convinto dell'istituzione Regione Abruzzo e con l'avvallo delle istituzioni Provincia e Comune dell'Aquila. E questa è tutta un'altra storia. Ed è, purtroppo, quella vera che nulla ha a che vedere con la vicenda di Onna, è il suo contrario.
Il Piano era già pronto, ambizioso e innovativo: per la prima volta gli sfollati non sarebbero stati ridotti in roulotte o container ma, dopo qualche tempo in tenda, avrebbero avuto direttamente case vere, antisismiche, ecologiche e con tutti i comfort. Circa 5.000 abitazioni per circa 15.000 persone, che vi avrebbero abitato il tempo necessario a ricostruire la propria casa.
Così 30 mila persone sono state tenute in tenda per cinque mesi e altrettante, lontane negli alberghi della costa abruzzese, perché tutti, in autunno, avrebbero potuto avere un tetto: chi riparando i danni lievi della propria abitazione, chi trovando posto nelle nuove C.A.S.E.. Ma, caro Presidente, non è andata così. Non gliel'hanno detto?
Le tende hanno cominciato a toglierle davvero, solo che le case danneggiate non sono state riparate e le C.A.S.E., quando saranno tutte consegnate (dicembre? febbraio? aprile?), non basteranno. Per cui le persone dalle tende vengono trasportate in caserma o in albergo - la destinazione viene comunicata poco prima in modo da ridurre il rischio di rimostranze. Gli alberghi dell'aquilano sono pieni e quindi decine di migliaia di persone dovranno essere piazzate in altri territori e province. Chi ha la fortuna di avere ancora lavoro a L'Aquila o ha un figlio da mandare a scuola, potrà viaggiare con mezzi propri o autobus navetta, questi – pare – messi a disposizione dalle istituzioni. Gli altri staranno lì in attesa degli eventi.
Questa è la storia di una devastazione annunciata, caro Presidente. Lo smembramento delle comunità, praticato all'indomani del terremoto, viene proseguito dopo cinque mesi e perpetuato in quelli a venire. Perché non si è saputo e non si è voluto dare priorità alla ricostruzione ma alla costruzione del nuovo. E poi l'antico adagio resta valido: divide et impera. Se vuoi comandare sulle persone, tienile separate. Nei campi tenda, dove le persone per forza stanno insieme, è vietato distribuire volantini, è vietato riunirsi e discutere liberamente. I diritti e le libertà costituzionali, caro Presidente.
Con tutte le nostre forze, da subito, abbiamo chiesto alle istituzioni che venissero risparmiate sofferenze, denaro pubblico e le bellezze del territorio, ricorrendo a case di legno, prefabbricati e simili. Soluzioni rapide (4 settimane per averle pronte), economiche (un terzo di una C.A.S.A.), dignitose, sicure, che permettono di restare vicini nel proprio territorio da ricostruire e che possono essere rimosse quando non serviranno più. Ma non c'è stato nulla da fare. Le istituzioni non hanno voluto ascoltare.
Bisogna costruire le nuove C.A.S.E. 24 ore al giorno, spendendo tutti i soldi che ci sono davvero - oltre 700 mil. di euro - e usando pure quelli donati dagli italiani. Tirando su, in tutta fretta, insediamenti che saranno definitivi, dove capita, senza logica urbanistica, senza minimamente rispettare criteri di prossimità ai nuclei precedenti. Intanto, tutto il resto, con l'inverno alle porte, è fermo. Il riparabile non viene riparato, il centro storico resta immerso in un silenzio spettrale. Perché?
Che farebbe lei caro Presidente, se a cinque mesi dal terremoto non sapesse dove trovare una sistemazione per la sua famiglia, una scuola per i suoi figli, un lavoro che ha perso? Se non avesse la minima idea di come e quando potrà riparare la sua casa, ammesso che ne abbia ancora una? Molti, troppi, non hanno potuto fare altro che andare via. Accettare che, almeno per un po', a L'Aquila non è possibile tornare. Ma se non ora, dopo cinque mesi, quando? Lo spopolamento in atto, diventerà progressivo e definitivo se qualcosa di importante non cambierà e subito.
Tutto questo l'abbiamo denunciato, chiesto, urlato, ogni volta che abbiamo potuto e come abbiamo potuto. Di tutto questo nessuno le ha detto nulla? Perché nemmeno una perplessità, un dubbio nelle sue parole di ieri sulle scelte fatte?
Caro Presidente, ha ragione, noi ci crediamo davvero nelle istituzioni. Eppure si sbaglia, caro Presidente, perché di fiducia non ce n'è più. La supponenza, l'arroganza, l'ignoranza, la complicità, gli interessi inconfessabili, l'incapacità e l'inettitudine logorano la fiducia nelle istituzioni. Come pure il silenzio.
Comitato Rete-Aq, Campagna 100%,
Da Corriere della Sera del 13 - -09 - 2009
TRE COMITATI SCRIVONO AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA DOPO AL SUA VISITA IN ABRUZZO
Caro Presidente,
le cronache sulla sua visita di ieri nella nostra città, a cinque mesi dal terremoto del 6 aprile, parlano del calore con cui gli aquilani l'hanno accolta e riferiscono del conforto da lei espresso nel vedere, dopo tutto quello che è successo, “fiducia e gente sorridente” che “crede molto nelle istituzioni”. Altro, a parte le note di colore, non è stato riportato. Sappiamo che ha parlato con i responsabili della Protezione Civile, con i rappresentanti locali. Ha avuto modo di chiedere, di vedere e di informarsi. Ma non ha aggiunto altro.
E' vero caro Presidente. Noi, anche quelli che non erano lì a stringerle la mano o ad ascoltare l'inno di Mameli, crediamo molto nelle istituzioni. Anzi moltissimo. Perché per noi le istituzioni rappresentano la possibilità di affrontare insieme i problemi di una comunità per risolverli insieme. Quindi dato che di problemi, dal 6 aprile, ne abbiamo un po' più del normale, nelle istituzioni crediamo molto, anche perché ne abbiamo molto bisogno. Questo lei lo sa, lo ha visto. Ha visto la distruzione immensa. Sa, come tutti noi, che da un evento del genere non ci si riprende se non attraverso sforzi collettivi eccezionali e soprattutto attraverso le scelte giuste. Altrimenti, semplicemente, le città e i paesi muoiono.
Ha visto, caro Presidente, il sorriso riaffiorare su qualche volto degli abitanti di Onna. Perché dopo i troppi lutti e la sofferenza di cinque mesi di tenda, potranno avere un tetto nel piccolo villaggio di case di legno che sorge accanto al paese distrutto. Ha potuto capire, caro Presidente, che la speranza è nel poter riallacciare i fili spezzati con le persone e i luoghi. E' poter restare insieme e restare lì. Vicino alla tua casa rotta, o mezza rotta, smozzicata, scoperchiata, ma che è la tua casa. La speranza è di ricostruire la casa, la scuola, le strade e le piazze e di ritrovarsi insieme.
Ma sulla strada che dall'Aquila conduce ad Onna, caro Presidente, avrà visto anche il cantiere di Bazzano, dove si costruisce il più grande dei 19 nuovi insediamenti destinati ad ospitare chi ha perso la casa. E' il Piano C.A.S.E. (Comitati Antisismici Sostenibili Ecompatibili), voluto dalla istituzione Protezione Civile, previsto da un decreto legge dell'istituzione Governo, convertito in legge dall'istituzione Parlamento, approvato con il sostegno convinto dell'istituzione Regione Abruzzo e con l'avvallo delle istituzioni Provincia e Comune dell'Aquila. E questa è tutta un'altra storia. Ed è, purtroppo, quella vera che nulla ha a che vedere con la vicenda di Onna, è il suo contrario.
Il Piano era già pronto, ambizioso e innovativo: per la prima volta gli sfollati non sarebbero stati ridotti in roulotte o container ma, dopo qualche tempo in tenda, avrebbero avuto direttamente case vere, antisismiche, ecologiche e con tutti i comfort. Circa 5.000 abitazioni per circa 15.000 persone, che vi avrebbero abitato il tempo necessario a ricostruire la propria casa.
Così 30 mila persone sono state tenute in tenda per cinque mesi e altrettante, lontane negli alberghi della costa abruzzese, perché tutti, in autunno, avrebbero potuto avere un tetto: chi riparando i danni lievi della propria abitazione, chi trovando posto nelle nuove C.A.S.E.. Ma, caro Presidente, non è andata così. Non gliel'hanno detto?
Le tende hanno cominciato a toglierle davvero, solo che le case danneggiate non sono state riparate e le C.A.S.E., quando saranno tutte consegnate (dicembre? febbraio? aprile?), non basteranno. Per cui le persone dalle tende vengono trasportate in caserma o in albergo - la destinazione viene comunicata poco prima in modo da ridurre il rischio di rimostranze. Gli alberghi dell'aquilano sono pieni e quindi decine di migliaia di persone dovranno essere piazzate in altri territori e province. Chi ha la fortuna di avere ancora lavoro a L'Aquila o ha un figlio da mandare a scuola, potrà viaggiare con mezzi propri o autobus navetta, questi – pare – messi a disposizione dalle istituzioni. Gli altri staranno lì in attesa degli eventi.
Questa è la storia di una devastazione annunciata, caro Presidente. Lo smembramento delle comunità, praticato all'indomani del terremoto, viene proseguito dopo cinque mesi e perpetuato in quelli a venire. Perché non si è saputo e non si è voluto dare priorità alla ricostruzione ma alla costruzione del nuovo. E poi l'antico adagio resta valido: divide et impera. Se vuoi comandare sulle persone, tienile separate. Nei campi tenda, dove le persone per forza stanno insieme, è vietato distribuire volantini, è vietato riunirsi e discutere liberamente. I diritti e le libertà costituzionali, caro Presidente.
Con tutte le nostre forze, da subito, abbiamo chiesto alle istituzioni che venissero risparmiate sofferenze, denaro pubblico e le bellezze del territorio, ricorrendo a case di legno, prefabbricati e simili. Soluzioni rapide (4 settimane per averle pronte), economiche (un terzo di una C.A.S.A.), dignitose, sicure, che permettono di restare vicini nel proprio territorio da ricostruire e che possono essere rimosse quando non serviranno più. Ma non c'è stato nulla da fare. Le istituzioni non hanno voluto ascoltare.
Bisogna costruire le nuove C.A.S.E. 24 ore al giorno, spendendo tutti i soldi che ci sono davvero - oltre 700 mil. di euro - e usando pure quelli donati dagli italiani. Tirando su, in tutta fretta, insediamenti che saranno definitivi, dove capita, senza logica urbanistica, senza minimamente rispettare criteri di prossimità ai nuclei precedenti. Intanto, tutto il resto, con l'inverno alle porte, è fermo. Il riparabile non viene riparato, il centro storico resta immerso in un silenzio spettrale. Perché?
Che farebbe lei caro Presidente, se a cinque mesi dal terremoto non sapesse dove trovare una sistemazione per la sua famiglia, una scuola per i suoi figli, un lavoro che ha perso? Se non avesse la minima idea di come e quando potrà riparare la sua casa, ammesso che ne abbia ancora una? Molti, troppi, non hanno potuto fare altro che andare via. Accettare che, almeno per un po', a L'Aquila non è possibile tornare. Ma se non ora, dopo cinque mesi, quando? Lo spopolamento in atto, diventerà progressivo e definitivo se qualcosa di importante non cambierà e subito.
Tutto questo l'abbiamo denunciato, chiesto, urlato, ogni volta che abbiamo potuto e come abbiamo potuto. Di tutto questo nessuno le ha detto nulla? Perché nemmeno una perplessità, un dubbio nelle sue parole di ieri sulle scelte fatte?
Caro Presidente, ha ragione, noi ci crediamo davvero nelle istituzioni. Eppure si sbaglia, caro Presidente, perché di fiducia non ce n'è più. La supponenza, l'arroganza, l'ignoranza, la complicità, gli interessi inconfessabili, l'incapacità e l'inettitudine logorano la fiducia nelle istituzioni. Come pure il silenzio.
Comitato Rete-Aq, Campagna 100%,
Da Corriere della Sera del 13 - -09 - 2009
Scuola. Il futuro rubato
Marina Boscaino su l’AnteFatto del 13 - 09 - 2009
“Non rubateci il futuro” è il nome del coordinamento degli istituti che lo scorso anno ha animato nella capitale la protesta contro la scuola del trio Tremonti-Brunetta-Gelmini. A quell’epoca sarebbe ancora stato possibile interpretare quella frase come una sollecita esortazione a ritornare sui propri passi rispetto ad una serie di (allora) progetti di affossamento della scuola pubblica italiana. Oggi possiamo ben dire che il futuro ce lo hanno rubato.
Si tratta di una affermazione che non ammette replica. Ce lo hanno rubato nella maniera più brutale e volgare, non solo perché quei progetti sono diventati quasi tutti realtà: con le (contro)riforme di tutti i segmenti dell’istruzione; con il taglio di risorse economiche e culturali, conseguenze di una Finanziaria che già dall’ estate 2008 si annunciava come una scure ai danni dell’istruzione; con la privatizzazione della scuola, prevista nel progetto di legge Aprea; con i provvedimenti dell’acchiappafannulloni Brunetta. Ce lo hanno rubato perché il tutto è avvenuto in un clima di indifferenza generale, in cui – se non fosse per le sacrosante proteste dei precari, che ancora vengono seguite da TV e giornali, fino a che i riflettori dei media decideranno che il fenomeno è decantato e non fa più audience e si appassioneranno ad altre vicende – non un editorialista, non un politico ha ritenuto di dover dedicare un momento di riflessione, ad esempio, al fatto che i regolamenti delle scuole superiori prevedono il taglio del 10% dell’orario. Avete capito bene: il 10%. E’ un’enormità. Si tratta di un colpo alla cultura, alla democrazia, alla emancipazione – che si concretizzerà a partire dal prossimo anno scolastico – e che non significa solo taglio di cattedre (e, di conseguenza, allontanamento dal lavoro di donne e uomini, i famosi precari, appunto, che hanno contribuito in maniera significativa a far crescere la scuola italiana); ma anche taglio di sapere, di conoscenza, di esperienza culturalmente determinata e determinante per i nostri ragazzi. Significa andare a condizionare pesantemente la possibilità che gli studenti italiani alimentino le proprie capacità critico-analitiche. Significa – tra le tante altre cose – concretizzare un’idea di scuola e di cittadinanza che non prevede – che non deve prevedere – l’affinamento e il potenziamento di quelle capacità.
Un evento simile in un Paese realmente democratico e che avesse davvero le parole della nostra Costituzione impresse in modo indelebile nel proprio Dna avrebbe scatenato le reazioni più vibranti. Invece silenzio. Silenzio anche di una buona parte della società e della scuola stessa, che in molti provvedimenti del suddetto trio hanno trovato pane per la propria necessità di certezze, in un periodo di drammatica incertezza: maestro unico, voto numerico, 5 in condotta. Per poter credere che quelli sono i problemi, che quella è la realtà. È rassicurante, perché qualcuno sta lavorando, ha lavorato per risolverli. Creando però intanto una scuola incapace di licenziare cittadini che rivendichino l’esigibilità dei propri diritti e che bevano acriticamente ciò che viene (ironicamente?) chiamata “l’informazione”.
Gli altri, quelli che non ci stanno, quelli che non ci starebbero, sono soli. Orfani di qualsiasi rappresentanza politica, considerando il fatto che la scuola pubblica non costituisce più una priorità nell’agenda di nessuno. Privi di riferimenti, pieni di rabbia, di indignazione, si agitano come vespe sotto un bicchiere, confinati lì in parte dalla schiacciante maggioranza che chi ci governa ha in Parlamento; in parte dal balbettio isolato e imbarazzato di pochi rappresentanti dell’ “opposizione”, impacciati portavoce di una compagine che non ha da tempo un programma convincente sulla scuola pubblica. E che anzi da alcune parti plaude compostamente a certi provvedimenti governativi.
Il futuro ce lo hanno rubato, dunque. Lo hanno rubato al Paese. Lo hanno rubato ai bambini e ai ragazzi che si trovano in una scuola povera, demotivata, sempre più inadeguata a fornire risposte alla complessità e alla diversità del fuori; lo hanno rubato a coloro che oggi nelle piazze rivendicano – purtroppo inutilmente - la propria dimensione professionale e i diritti ad essa conseguenti; lo hanno rubato alle donne e agli uomini di “buona volontà”, che in un questo tempo ingrato e privo di passioni che non siano pulsioni effimere trovano ancora la forza e la voglia di esigere il bene della collettività. Le responsabilità è da ricercare in un generale disinvestimento - prima che economico, culturale – sulla scuola pubblica, anche quello davvero bipartsan. Che ciascuno ha gestito alla sua maniera, partendo dalla propria storia e dalle proprie convinzioni. Ma che è confluito ovunque in un neoliberismo sfrenato, che immobilizzerà in maniera definitiva le differenze di classe. A pagare, come sempre, saranno i “meno”: i meno vecchi; i meno fortunati. Ma, prima di tutto, i meno abbienti: coloro che paradossalmente più degli altri vedevano in una scuola pubblica laica, pluralista, di qualità, la propria principale speranza per il futuro. A loro il futuro è stato scippato violentemente.
“Non rubateci il futuro” è il nome del coordinamento degli istituti che lo scorso anno ha animato nella capitale la protesta contro la scuola del trio Tremonti-Brunetta-Gelmini. A quell’epoca sarebbe ancora stato possibile interpretare quella frase come una sollecita esortazione a ritornare sui propri passi rispetto ad una serie di (allora) progetti di affossamento della scuola pubblica italiana. Oggi possiamo ben dire che il futuro ce lo hanno rubato.
Si tratta di una affermazione che non ammette replica. Ce lo hanno rubato nella maniera più brutale e volgare, non solo perché quei progetti sono diventati quasi tutti realtà: con le (contro)riforme di tutti i segmenti dell’istruzione; con il taglio di risorse economiche e culturali, conseguenze di una Finanziaria che già dall’ estate 2008 si annunciava come una scure ai danni dell’istruzione; con la privatizzazione della scuola, prevista nel progetto di legge Aprea; con i provvedimenti dell’acchiappafannulloni Brunetta. Ce lo hanno rubato perché il tutto è avvenuto in un clima di indifferenza generale, in cui – se non fosse per le sacrosante proteste dei precari, che ancora vengono seguite da TV e giornali, fino a che i riflettori dei media decideranno che il fenomeno è decantato e non fa più audience e si appassioneranno ad altre vicende – non un editorialista, non un politico ha ritenuto di dover dedicare un momento di riflessione, ad esempio, al fatto che i regolamenti delle scuole superiori prevedono il taglio del 10% dell’orario. Avete capito bene: il 10%. E’ un’enormità. Si tratta di un colpo alla cultura, alla democrazia, alla emancipazione – che si concretizzerà a partire dal prossimo anno scolastico – e che non significa solo taglio di cattedre (e, di conseguenza, allontanamento dal lavoro di donne e uomini, i famosi precari, appunto, che hanno contribuito in maniera significativa a far crescere la scuola italiana); ma anche taglio di sapere, di conoscenza, di esperienza culturalmente determinata e determinante per i nostri ragazzi. Significa andare a condizionare pesantemente la possibilità che gli studenti italiani alimentino le proprie capacità critico-analitiche. Significa – tra le tante altre cose – concretizzare un’idea di scuola e di cittadinanza che non prevede – che non deve prevedere – l’affinamento e il potenziamento di quelle capacità.
Un evento simile in un Paese realmente democratico e che avesse davvero le parole della nostra Costituzione impresse in modo indelebile nel proprio Dna avrebbe scatenato le reazioni più vibranti. Invece silenzio. Silenzio anche di una buona parte della società e della scuola stessa, che in molti provvedimenti del suddetto trio hanno trovato pane per la propria necessità di certezze, in un periodo di drammatica incertezza: maestro unico, voto numerico, 5 in condotta. Per poter credere che quelli sono i problemi, che quella è la realtà. È rassicurante, perché qualcuno sta lavorando, ha lavorato per risolverli. Creando però intanto una scuola incapace di licenziare cittadini che rivendichino l’esigibilità dei propri diritti e che bevano acriticamente ciò che viene (ironicamente?) chiamata “l’informazione”.
Gli altri, quelli che non ci stanno, quelli che non ci starebbero, sono soli. Orfani di qualsiasi rappresentanza politica, considerando il fatto che la scuola pubblica non costituisce più una priorità nell’agenda di nessuno. Privi di riferimenti, pieni di rabbia, di indignazione, si agitano come vespe sotto un bicchiere, confinati lì in parte dalla schiacciante maggioranza che chi ci governa ha in Parlamento; in parte dal balbettio isolato e imbarazzato di pochi rappresentanti dell’ “opposizione”, impacciati portavoce di una compagine che non ha da tempo un programma convincente sulla scuola pubblica. E che anzi da alcune parti plaude compostamente a certi provvedimenti governativi.
Il futuro ce lo hanno rubato, dunque. Lo hanno rubato al Paese. Lo hanno rubato ai bambini e ai ragazzi che si trovano in una scuola povera, demotivata, sempre più inadeguata a fornire risposte alla complessità e alla diversità del fuori; lo hanno rubato a coloro che oggi nelle piazze rivendicano – purtroppo inutilmente - la propria dimensione professionale e i diritti ad essa conseguenti; lo hanno rubato alle donne e agli uomini di “buona volontà”, che in un questo tempo ingrato e privo di passioni che non siano pulsioni effimere trovano ancora la forza e la voglia di esigere il bene della collettività. Le responsabilità è da ricercare in un generale disinvestimento - prima che economico, culturale – sulla scuola pubblica, anche quello davvero bipartsan. Che ciascuno ha gestito alla sua maniera, partendo dalla propria storia e dalle proprie convinzioni. Ma che è confluito ovunque in un neoliberismo sfrenato, che immobilizzerà in maniera definitiva le differenze di classe. A pagare, come sempre, saranno i “meno”: i meno vecchi; i meno fortunati. Ma, prima di tutto, i meno abbienti: coloro che paradossalmente più degli altri vedevano in una scuola pubblica laica, pluralista, di qualità, la propria principale speranza per il futuro. A loro il futuro è stato scippato violentemente.
Escort e veleni, sullìitalia incubo del cordone diplomatico
Escort e veleni, sullìitalia incubo del cordone diplomatico
Umberto De Giovannangeli sull'Unita' de 13 - 09 - 2009
Lo spettro del cordone diplomatico prende forma dai sempre più allarmati rapporti che dalle ambasciate italiane in Europa arrivano sul tavolo del ministro degli Esteri, Franco Frattini. Lo spettro si manifesta nei report, altrettanto preoccupati, che dall’ambasciata americana a Roma giungono al Dipartimento di Stato Usa.
La tesi del complotto della stampa straniera ordito contro il Cavaliere scomodo non regge più. L’imbarazzo dei leader europei, come della Casa Bianca, si sta trasformando in qualcosa di ben più pesante: nell’isolamento di un alleato improponibile, nella marginalizzazione dell’Italia dagli incarichi (Ue) che contano e dalle partite più impegnative che si giocano sullo scacchiere internazionale (dall’Afghanistan all’Iran, al Medio Oriente). Non è più solo una questione di poltrone. Il «cordone diplomatico» è anche altro: è centellinare informazioni delicate ad un alleato-premier la cui affidabilità mostra pesanti crepe.
Lo spettro del «cordone diplomatico» è legato ad un concetto che si fa sempre più strada negli ambienti diplomatici europei: la ricattabilità di Silvio Berlusconi. Annotava nei giorni scorsi il Times: «Alcune delle ragazze (coinvolte nello scandalo delle escort, ndr) vengono dall’Europa dell’Est. Cosa succederebbe se una potenza straniera decidesse di sfruttare questa vicenda pacchiana? Non è solo la preoccupazione di Roma, l’Italia è anche un importante partner occidentale della Nato, nei Balcani e in Afghanistan. Le buffonate del premier preoccupano e imbarazzano tutti gli amici del suo Paese».
Quello del quotidiano londinese è un articolo bene informato. Che raccoglie umori dominanti non solo a Downing Street o al Foreign Office ma anche in altre capitali europee: certo a Berlino, a Parigi, Madrid. La prima traduzione concreta di questo «cordone diplomatico» si è già manifestata. Il Times fa riferimento all’Afghanistan. Non a caso. Ebbene, l’Italia è stata esclusa dall’iniziativa di Gran Bretagna, Germania e Francia che insieme hanno chiesto formalmente al segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon di indire una conferenza internazionale per rilanciare l’azione internazionale in quel Paese. Quell’esclusione è uno smacco per l’Italia, tanto più se rapportato al nostro impegno militare sul fronte afghano.
Un segnale. Un avvertimento. Tanto più significativo, dice all’Unità una fonte diplomatica a Bruxelles, perché due dei tre «congiurati», il presidente francese Nicolas Sarkozy e la cancelliera tedesca Angela Merkel, erano stati recentemente annoverati dal Cavaliere tra i suoi «amici internazionali» più cari e affidabili. E ancor prima, ricorda la fonte, c’era stato il «niet» alla richiesta italiana, reiterata da Berlusconi e Frattini, di entrare a far parte del Gruppo 5+1 (Stati Uniti, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna e Germania) che gestisce il dossier nucleare iraniano. Il «cordone diplomatico» è in atto. E può prendere forme da incubo: bilaterali rinviati, o annullati, per improvvisi forfait dei partner, informazioni centellinate.
Il Cavaliere reagisce agli articoli della stampa estera scatenando la «guerra delle querele». Che rischia di essere per lui un campo minato. Le sue denunce, avverte il Wall Street Journal, «potranno trattenere alcuni giornali da criticare Berlusconi per le sue storie con giovani donne, ma potrebbero spingere la stampa internazionale a occuparsi maggiormente di questioni che possono ben più danneggiare la sua reputazione, come le sue relazioni con Tripoli e Teheran, gli effetti del suo nazionalismo economico». Amicizie e affari pericolosi, lascia intendere il più importante quotidiano finanziario al mondo. L’imbarazzo è il passato. Il presente-futuro è l’isolamento internazionale.
Umberto De Giovannangeli sull'Unita' de 13 - 09 - 2009
Lo spettro del cordone diplomatico prende forma dai sempre più allarmati rapporti che dalle ambasciate italiane in Europa arrivano sul tavolo del ministro degli Esteri, Franco Frattini. Lo spettro si manifesta nei report, altrettanto preoccupati, che dall’ambasciata americana a Roma giungono al Dipartimento di Stato Usa.
La tesi del complotto della stampa straniera ordito contro il Cavaliere scomodo non regge più. L’imbarazzo dei leader europei, come della Casa Bianca, si sta trasformando in qualcosa di ben più pesante: nell’isolamento di un alleato improponibile, nella marginalizzazione dell’Italia dagli incarichi (Ue) che contano e dalle partite più impegnative che si giocano sullo scacchiere internazionale (dall’Afghanistan all’Iran, al Medio Oriente). Non è più solo una questione di poltrone. Il «cordone diplomatico» è anche altro: è centellinare informazioni delicate ad un alleato-premier la cui affidabilità mostra pesanti crepe.
Lo spettro del «cordone diplomatico» è legato ad un concetto che si fa sempre più strada negli ambienti diplomatici europei: la ricattabilità di Silvio Berlusconi. Annotava nei giorni scorsi il Times: «Alcune delle ragazze (coinvolte nello scandalo delle escort, ndr) vengono dall’Europa dell’Est. Cosa succederebbe se una potenza straniera decidesse di sfruttare questa vicenda pacchiana? Non è solo la preoccupazione di Roma, l’Italia è anche un importante partner occidentale della Nato, nei Balcani e in Afghanistan. Le buffonate del premier preoccupano e imbarazzano tutti gli amici del suo Paese».
Quello del quotidiano londinese è un articolo bene informato. Che raccoglie umori dominanti non solo a Downing Street o al Foreign Office ma anche in altre capitali europee: certo a Berlino, a Parigi, Madrid. La prima traduzione concreta di questo «cordone diplomatico» si è già manifestata. Il Times fa riferimento all’Afghanistan. Non a caso. Ebbene, l’Italia è stata esclusa dall’iniziativa di Gran Bretagna, Germania e Francia che insieme hanno chiesto formalmente al segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon di indire una conferenza internazionale per rilanciare l’azione internazionale in quel Paese. Quell’esclusione è uno smacco per l’Italia, tanto più se rapportato al nostro impegno militare sul fronte afghano.
Un segnale. Un avvertimento. Tanto più significativo, dice all’Unità una fonte diplomatica a Bruxelles, perché due dei tre «congiurati», il presidente francese Nicolas Sarkozy e la cancelliera tedesca Angela Merkel, erano stati recentemente annoverati dal Cavaliere tra i suoi «amici internazionali» più cari e affidabili. E ancor prima, ricorda la fonte, c’era stato il «niet» alla richiesta italiana, reiterata da Berlusconi e Frattini, di entrare a far parte del Gruppo 5+1 (Stati Uniti, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna e Germania) che gestisce il dossier nucleare iraniano. Il «cordone diplomatico» è in atto. E può prendere forme da incubo: bilaterali rinviati, o annullati, per improvvisi forfait dei partner, informazioni centellinate.
Il Cavaliere reagisce agli articoli della stampa estera scatenando la «guerra delle querele». Che rischia di essere per lui un campo minato. Le sue denunce, avverte il Wall Street Journal, «potranno trattenere alcuni giornali da criticare Berlusconi per le sue storie con giovani donne, ma potrebbero spingere la stampa internazionale a occuparsi maggiormente di questioni che possono ben più danneggiare la sua reputazione, come le sue relazioni con Tripoli e Teheran, gli effetti del suo nazionalismo economico». Amicizie e affari pericolosi, lascia intendere il più importante quotidiano finanziario al mondo. L’imbarazzo è il passato. Il presente-futuro è l’isolamento internazionale.
Crescono le disparità, 2 italiani su 3 si sentono poveri Presentato a Milano il Rapporto annuale della Coop. Basterebbe il 2% per riequilibrare.
La recessione ha colpito duramente l'economia italiana e nel pieno della crisi, spicca il comportamento degli italiani: più formiche che cicale. Sebbene i redditi reali delle famiglie (-0,4% sul 2008) siano calati nel primo semestre meno del Pil (-5,9%) i consumi sono diminuiti del - 2,6%.
Si consuma di meno, quindi, tagliando il superfluo e ricercando l'efficienza nella spesa (comprando se possibile in promozione). La maggior parte degli italiani pensa a un'uscita dalla crisi non breve (oltre il 57% ne intravede l'epilogo non prima di un paio di anni), per più di un italiano su 3 il risparmio resterà anche nel prossimo futuro una priorità, mentre nel Paese crescono le disuguaglianze.
Il 66% degli italiani si sente povero
Il 66% si sente povero e un quinto fa fatica fare la spesa alimentare e a pagare le cure mediche, ma d'altra parte poco meno della metà della ricchezza finanziaria del nostro Paese si concentra nelle mani di un 10% di italiani.
Sono queste alcune delle conclusioni del Rapporto Coop 2009 “Consumi e distribuzione” presentato oggi a Milano.
Il Rapporto è stato redatto dall'Ufficio Studi di Ancc-Coop (Associazione Nazionale Cooperative di Consumatori) con la collaborazione scientifica di ref. (Ricerche per l'Economia e la Finanza) e contributi originali di Nielsen, Iri-Infoscan e Demos.
Secondo Coop “In questo frangente di crisi noi abbiamo fatto la nostra parte, mettendoci a fianco dei consumatori e penalizzando anche la nostra redditività commerciale.
Una strategia per ridurre le distanze sociali
Se è vero che il consumatore italiano dimostra di imparare a convivere con la crisi, è altrettanto vero che dalla crisi si deve uscire con una strategia che punti a attenuare le distanze sociali presenti nel Paese (ricchi vs poveri, nord vd sud, uomini vs donne, giovani vs anziani).
A questo proposito basti dire che per fare superare la soglia di povertà alle famiglie più povere basterebbe meno del 2% del reddito del 10% di italiani più ricchi. E questo oltre a far migliorare le condizioni di vita di ben 8 milioni di persone avrebbe un effetto positivo di quasi 4 miliardi di euro di maggiori consumi. Impatti allo stesso modo significativi si potrebbero ottenere se si riequilibrasse il mercato del lavoro a favore dei giovani e delle donne.
Infine, secondo il Rapporto di Coop, “Strumento indispensabile per generare benefici effetti sui consumi è la ripresa delle liberalizzazioni”.
Da il Savagente del 12-09-2009
Si consuma di meno, quindi, tagliando il superfluo e ricercando l'efficienza nella spesa (comprando se possibile in promozione). La maggior parte degli italiani pensa a un'uscita dalla crisi non breve (oltre il 57% ne intravede l'epilogo non prima di un paio di anni), per più di un italiano su 3 il risparmio resterà anche nel prossimo futuro una priorità, mentre nel Paese crescono le disuguaglianze.
Il 66% degli italiani si sente povero
Il 66% si sente povero e un quinto fa fatica fare la spesa alimentare e a pagare le cure mediche, ma d'altra parte poco meno della metà della ricchezza finanziaria del nostro Paese si concentra nelle mani di un 10% di italiani.
Sono queste alcune delle conclusioni del Rapporto Coop 2009 “Consumi e distribuzione” presentato oggi a Milano.
Il Rapporto è stato redatto dall'Ufficio Studi di Ancc-Coop (Associazione Nazionale Cooperative di Consumatori) con la collaborazione scientifica di ref. (Ricerche per l'Economia e la Finanza) e contributi originali di Nielsen, Iri-Infoscan e Demos.
Secondo Coop “In questo frangente di crisi noi abbiamo fatto la nostra parte, mettendoci a fianco dei consumatori e penalizzando anche la nostra redditività commerciale.
Una strategia per ridurre le distanze sociali
Se è vero che il consumatore italiano dimostra di imparare a convivere con la crisi, è altrettanto vero che dalla crisi si deve uscire con una strategia che punti a attenuare le distanze sociali presenti nel Paese (ricchi vs poveri, nord vd sud, uomini vs donne, giovani vs anziani).
A questo proposito basti dire che per fare superare la soglia di povertà alle famiglie più povere basterebbe meno del 2% del reddito del 10% di italiani più ricchi. E questo oltre a far migliorare le condizioni di vita di ben 8 milioni di persone avrebbe un effetto positivo di quasi 4 miliardi di euro di maggiori consumi. Impatti allo stesso modo significativi si potrebbero ottenere se si riequilibrasse il mercato del lavoro a favore dei giovani e delle donne.
Infine, secondo il Rapporto di Coop, “Strumento indispensabile per generare benefici effetti sui consumi è la ripresa delle liberalizzazioni”.
Da il Savagente del 12-09-2009
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