Rinaldo Gianola sull'Unita' del 9 maggio 2010.
Il problema, dunque, non è solo la Grecia. La crisi non è riconducibile esclusivamente ai conti fuori controllo dei greci ai quali i giornali tedeschi suggeriscono di vendere l’Acropoli per rispettare i sacri parametri di Maastricht. Nel giro di tre giorni l’Europa è passata dalle difficoltà «circoscritte» di un singolo paese, il più debole sotto il profilo finanziario, a una «crisi sistemica», parole del presidente della Bce Trichet, che mette in discussione non solo gli eredi della dracma ma l’intera costruzione dell’Unione e della moneta unica. In poche ore le fiamme e le tragiche violenze di Atene sono passate quasi in secondo piano rispetto alla destabilizzazione che dai mercati è salita fino alle cancellerie che, solo dopo l’intervento preoccupato del presidente Obama su Angela Merkel, hanno deciso di ritrovarsi per il week end a Bruxelles per decidere un piano straordinario di interventi.
Non sappiamo se le misure decise stroncheranno l’attacco della speculazione dei mercati ai governi, all’Unione e all’Euro. È certo, tuttavia, che anche questo maxi piano dell’Europa non risolverà i problemi di fondo, non disinnescherà la bomba che due anni fa è esplosa negli Stati Uniti provocando la prima grande crisi dell’economia globale e che oggi si presenta con la miccia accesa nella vecchia Europa. Nel settembre 2008, quando Wall street visse il dramma storico del fallimento della Lehman Brothers, tutti, ma proprio tutti si impegnarono a limitare le invasioni della finanza, il suo dominio incontrastato sull’economia reale, sull’industria, l’occupazione. Governi e leader politici giurarono, allora, di voler invertire la rotta, di bloccare il gigantesco trasferimento di ricchezza dal profitto, dal lavoro alla rendita finanziaria. La distorsione dell’economia, emersa in modo drammatico due anni fa, avrebbe dovuto essere affrontata con un riequilibrio profondo tra risparmio e investimenti e soprattutto le autorità di governo e quelle che vigilano sui mercati e sulla concorrenza avrebbero dovuto intervenire con provvedimenti rigorosi e coerenti per smontare i giochi perversi della finanza.
Ma poco è stato fatto su questo fronte perchè fortissime sono le resistenze del mondo finanziario e spesso deboli e miopi sono le azioni politiche. Obama, che rappresenta per molta parte del mondo ancora una speranza di cambiamento, ha implorato le lobby delle banche e delle assicurazioni a non ostacolare la sua riforma dei mercati e della finanza. Ma nemmeno Obama è riuscito a sfondare in un sistema, come quello Usa, dove uno può fare il ministro del Tesoro e poi guidare serenamente la Goldman Sachs e viceversa. Quello che viviamo oggi in Europa e che preoccupa la Casa Bianca non è solo la speculazione contro governi o monete deboli, d’altra parte la speculazione - lo insegnano persino nelle università - è parte integrante dei mercati e del loro funzionamento.
C’è una patologia di fondo che sta nel Dna del sistema, per cui il denaro serve solo a creare altro denaro. I golpisti della finanza attaccano gli stati grazie alle armi che gli stessi stati hanno messo loro a disposizione.
Per fronteggiare la crisi del 2008 i governi erano intervenuti per salvare banche, assicurazioni, intermediari, immettendo nel sistema cifre iperboliche. Almeno 3000 miliardi di dollari, denaro pubblico, sarebbero stati spesi per evitare il tracollo del sistema creditizio, ma anche della Chrysler di Sergio Marchionne, trasferendo così le perdite dal sistema privato a quello pubblico. La strada è stata seguita anche in Europa e i mercati finanziari che, fino al 2008, avrebbero speculato contro questa o quella banca o impresa considerata debole oggi si accaniscono contro gli stati e lo loro valute, partono dalla Grecia ma allargano facilmente l’orizzonte e mettono nel mirino l’intera costruzione della moneta unica europea.
Ma gli stati, la politica sono deboli, frammentati, gelosi dei loro poteri e interessi. Si muovono in ritardo, come è avvenuto in questi giorni in Europa dove la signora Merkel (che non è Khol) era preoccupata per l’impatto degli aiuti alla Grecia sul voto regionale in Germania. Mentre l’Europa balbetta, sull’altro fronte invece c’è una corporation planetaria formata da potenti banche d’affari, proprietari e promotori di hedge funds e di strumenti derivati che non rispondono a nessuno, se non ai propri azionisti, il cui unico obiettivo è quello di produrre soldi dopo altri soldi, di alimentare senza ritegno la corsa delle stock options dei propri managers. Quante volte, negli ultimi anni, il mondo si è dovuto confrontare con queste crisi, con il fenomeno della “speculazione” che sarebbe la parte più cattiva, deviante, di un sistema che ai più sembra ancora buono? Ci sono stati gli scandali dell’epoca Bush, come la Enron e la WorldCom. Poi i subprime, la caduta delle grandi banche e di conseguenza la recessione, il crollo dell’economia, la perdita di milioni di posti di lavoro. Ma, dopo le tragiche esperienze del passato, poco è cambiato visto che ancora oggi gli strumenti della speculazione valgono 4 o 5 volte l’intero Pil mondiale.
Il presidente Obama è intervenuto con forza sull’Europa affinchè si muovesse con provvedimenrti straordinari perchè la Casa Bianca non vuole ripetere il dramma del 2008 e l’attacco alla Grecia e poi all’Europa ricalca lo stesso schema, minacciando la possibile ripresa internazionale. In aprile negli Statio Uniti sono stati creati 290mila nuovi posti di lavoro, da quattro mesi c’è un leggero miglioramento che Obama non vuole assolutamente pregiudicare con un’altra crisi finanziaria. Dal 2008 ad oggi gli Stati Uniti hanno perso circa otto milioni di occupati. ci vorranno anni per recuperarli. La preoccupazione di Obama è giustificata. Un timore che dovrebbe essere prioritario per tutta l’Europa e, in particolare, per l’Italia.
Il prevalere degli interessi finanziari, o chiamamola pure della speculazione, rispetto alla tutela degli investimenti, della produzione, del lavoro è l’elemento costante di questi anni e anche di questa crisi. La finanza domina i mercati, ricatta i governi e impone una ristrutturazione delle attività industriali da cui raccogliere altri profitti: un processo politico globale che colpisce soprattutto il mondo del lavoro, i sindacati e si potrebbe aggiungere anche la sinistra. Dopo due anni di crisi, dopo la caduta di simboli storici del capitalismo, dopo le copertine dei settimanali americani che invitano a leggere Carlo Marx, non è cambiato nulla. Siamo ancora qui a registrare il trionfo della finanza e la sconfitta della politica e del lavoro. Questa è la realtà.
lunedì 10 maggio 2010
GLI EFFETTI DELLA CRISI GRECA.
Sandro Trento Italia dei Valori 9 maggio 2010.
Parliamo della situazione molto difficile che si sta creando sui mercati finanziari, in particolare in Europa, con riferimento alla crisi greca. Ieri, sei maggio, si ha avuto una giornata nera nelle borse europee, in particolare la borsa di Milano ha perso il 6%, una perdita molto grave, in seguito ad un rapporto da parte di Moody's, l'agenzia di rating internazionale, che lanciava un allarme per il rischio di un contagio della crisi greca verso altri Paesi, come il Portogallo, l'Irlanda, la Spagna, il Regno Unito e anche l'Italia.
Le banche di questi Paesi potrebbero risentire rapidamente delle difficoltà nate in Grecia per una serie di ragioni. Le banche di questi Paesi sono molto grandi, rappresentano una quota molto rilevante della ricchezza nazionale, per avere un idea l'attivo delle banche in Gran Bretagna è pari a circa 4 volte il Prodotto interno lordo della Gran Bretagna, in Spagna 3 volte il Prodotto interno lordo, cifre molto rilevanti. Questo fa si che quando si hanno dei rating, dei voti, o con riferimento al sistema nazionale, quindi al Paese, o con riferimento alle banche, si possono avere degli effetti negativi a vicenda. Se si ha un giudizio negativo su una grande banca si ha un giudizio negativo sul Paese e viceversa.
Un secondo riferimento è quello legato alla bolla immobiliare, scoppiata nel 2007 con il grande sviluppo dei mutui per l'acquisto delle case, che in alcuni Paesi aveva raggiunto dei livelli molto importanti. Per fare un esempio, in Irlanda il debito medio delle famiglie è pari a due volte il reddito annuo delle famiglie stesse. Una famiglia che guadagna in un anno 100 ha un debito di 200, un debito molto rilevante. In Gran Bretagna parliamo di un rapporto del 130%. Stiamo parlando di Paesi nel quale il settore privato, e in particolare le famiglie, si sono molto indebitate per ragioni anche legate all'acquisto delle case.
La situazione secondo Moody's potrebbe essere quella in cui la crisi della Grecia, l'eventuale rischio di fallimento della Grecia, potrebbe travasarsi tramite il crollo del valore dei titoli del debito pubblico greco negli attivi delle banche dei Paesi europei creando un effetto a valanga. Questa dichiarazione di Moody's ha scatenato un ondata di vendite sui mercati finanziari e ha colpito anche la borsa di Milano. Non vogliamo essere allarmisti, crediamo che la situazione italiana non sia una situazione del tutto confrontabile sotto alcuni profili con quella dei Paesi che vi ho citato. Per fare un esempio, il debito delle famiglie italiane è molto più basso del reddito delle famiglie irlandesi, spagnole o inglesi. Per dare un numero, in media il debito delle famiglie italiane è inferiore al 50% del Prodotto interno lordo. Anche il peso per le banche, sul Prodotto interno lordo, è molto più piccolo. Le nostre banche, in media, sono più piccole rispetto alle banche spagnole, inglesi e cosi via. Non dobbiamo lanciare allarmi non fondati.
L'altra considerazione da fare è che per quanto riguarda la diffusione dei titoli del debito pubblico greco, le banche italiane ne hanno una quota molto più piccola rispetto alle banche tedesche o francesi. Nello scenario in cui questi titoli scendessero radicalmente di valore, avrebbe un impatto molto più basso sul sistema bancario italiano. Ma la questione italiana a cui dobbiamo tenere sotto controllo è quella legata al debito pubblico italiano, che in questo anno tocca il 115% mentre l'anno prossimo potrebbe toccare il 118%. Purtroppo il Governo italiano ha presentato la relazione unificata sull'economia e la finanza pubblica, dove abbiamo appreso che il Governo si attende una stabilizzazione del debito pubblico italiano sul livello pari al 117% del Pil nel 2012, quindi sostanzialmente l'impressione che abbiamo è che si considera come obiettivo stabilizzare il debito pubblico ad un livello altissimo, paragonabile a quello della crisi che l'Italia ebbe nel 1992. Questa stima si basa anche sull'ipotesi di crescita dell'Italia, che a mio avviso sono abbastanza ottimistiche, tenendo conto delle difficoltà di questo momento legate anche alla crisi greca.
E' vero che le famiglie italiane sono meno indebitate rispetto a quelle degli altri Paesi, è vero che le banche italiane hanno meno titoli greci nel loro portafoglio, è vero che le banche italiane sono più solide di quelle degli altri Paesi, ma resta il grave problema della finanza pubblica italiana, in particolare di questo enorme debito pubblico che abbiamo accumulato.
Per evitare davvero il contagio, per evitare che la “malattia” greca possa attraversare il Mediterraneo e arrivare a Roma, è indispensabile che il Governo attui al più presto quelle riforme che da tempo chiediamo come Italia dei Valori. Riforme che facciano crescere l'economia italiana, come la liberalizzazione dei servizi, come una nuova regolazione delle professioni, completare una riforma del mercato del lavoro che lo renda più funzionale ed efficiente, interventi sull'istruzione, ma soprattutto interventi che abbiano il coraggio di incidere sulla spesa pubblica nei prossimi anni, come provvedimenti che allunghino la vita lavorativa. Bisogna avere il coraggio, in questo momento, di essere anche impopolari per scongiurare un contagio greco. Bisogna farlo oggi prima che sia troppo tardi.
Stiamo aspettando con ansia che il Governo ci fornisca dei dati, delle stime concrete, su quale sarà l'effetto della riforma del federalismo fiscale sulla finanza pubblica. La nostra grande preoccupazione è che si possano nascondere delle vere proprie “bombe”, per capire se l'effetto sui conti pubblici del federalismo fiscale, che la Lega continua a chiedere, possano essere dirompenti sugli equilibri della finanza pubblica. Questo è il momento di tirare fuori questi dati, per spiegare ai cittadini italiani quale è il costo che si vuole scaricare sui conti pubblici legati ad un favore da fare alla Lega Nord. Questa è una delle questioni sulla quale vogliamo richiamare l'attenzione di tutti quanti.
Parliamo della situazione molto difficile che si sta creando sui mercati finanziari, in particolare in Europa, con riferimento alla crisi greca. Ieri, sei maggio, si ha avuto una giornata nera nelle borse europee, in particolare la borsa di Milano ha perso il 6%, una perdita molto grave, in seguito ad un rapporto da parte di Moody's, l'agenzia di rating internazionale, che lanciava un allarme per il rischio di un contagio della crisi greca verso altri Paesi, come il Portogallo, l'Irlanda, la Spagna, il Regno Unito e anche l'Italia.
Le banche di questi Paesi potrebbero risentire rapidamente delle difficoltà nate in Grecia per una serie di ragioni. Le banche di questi Paesi sono molto grandi, rappresentano una quota molto rilevante della ricchezza nazionale, per avere un idea l'attivo delle banche in Gran Bretagna è pari a circa 4 volte il Prodotto interno lordo della Gran Bretagna, in Spagna 3 volte il Prodotto interno lordo, cifre molto rilevanti. Questo fa si che quando si hanno dei rating, dei voti, o con riferimento al sistema nazionale, quindi al Paese, o con riferimento alle banche, si possono avere degli effetti negativi a vicenda. Se si ha un giudizio negativo su una grande banca si ha un giudizio negativo sul Paese e viceversa.
Un secondo riferimento è quello legato alla bolla immobiliare, scoppiata nel 2007 con il grande sviluppo dei mutui per l'acquisto delle case, che in alcuni Paesi aveva raggiunto dei livelli molto importanti. Per fare un esempio, in Irlanda il debito medio delle famiglie è pari a due volte il reddito annuo delle famiglie stesse. Una famiglia che guadagna in un anno 100 ha un debito di 200, un debito molto rilevante. In Gran Bretagna parliamo di un rapporto del 130%. Stiamo parlando di Paesi nel quale il settore privato, e in particolare le famiglie, si sono molto indebitate per ragioni anche legate all'acquisto delle case.
La situazione secondo Moody's potrebbe essere quella in cui la crisi della Grecia, l'eventuale rischio di fallimento della Grecia, potrebbe travasarsi tramite il crollo del valore dei titoli del debito pubblico greco negli attivi delle banche dei Paesi europei creando un effetto a valanga. Questa dichiarazione di Moody's ha scatenato un ondata di vendite sui mercati finanziari e ha colpito anche la borsa di Milano. Non vogliamo essere allarmisti, crediamo che la situazione italiana non sia una situazione del tutto confrontabile sotto alcuni profili con quella dei Paesi che vi ho citato. Per fare un esempio, il debito delle famiglie italiane è molto più basso del reddito delle famiglie irlandesi, spagnole o inglesi. Per dare un numero, in media il debito delle famiglie italiane è inferiore al 50% del Prodotto interno lordo. Anche il peso per le banche, sul Prodotto interno lordo, è molto più piccolo. Le nostre banche, in media, sono più piccole rispetto alle banche spagnole, inglesi e cosi via. Non dobbiamo lanciare allarmi non fondati.
L'altra considerazione da fare è che per quanto riguarda la diffusione dei titoli del debito pubblico greco, le banche italiane ne hanno una quota molto più piccola rispetto alle banche tedesche o francesi. Nello scenario in cui questi titoli scendessero radicalmente di valore, avrebbe un impatto molto più basso sul sistema bancario italiano. Ma la questione italiana a cui dobbiamo tenere sotto controllo è quella legata al debito pubblico italiano, che in questo anno tocca il 115% mentre l'anno prossimo potrebbe toccare il 118%. Purtroppo il Governo italiano ha presentato la relazione unificata sull'economia e la finanza pubblica, dove abbiamo appreso che il Governo si attende una stabilizzazione del debito pubblico italiano sul livello pari al 117% del Pil nel 2012, quindi sostanzialmente l'impressione che abbiamo è che si considera come obiettivo stabilizzare il debito pubblico ad un livello altissimo, paragonabile a quello della crisi che l'Italia ebbe nel 1992. Questa stima si basa anche sull'ipotesi di crescita dell'Italia, che a mio avviso sono abbastanza ottimistiche, tenendo conto delle difficoltà di questo momento legate anche alla crisi greca.
E' vero che le famiglie italiane sono meno indebitate rispetto a quelle degli altri Paesi, è vero che le banche italiane hanno meno titoli greci nel loro portafoglio, è vero che le banche italiane sono più solide di quelle degli altri Paesi, ma resta il grave problema della finanza pubblica italiana, in particolare di questo enorme debito pubblico che abbiamo accumulato.
Per evitare davvero il contagio, per evitare che la “malattia” greca possa attraversare il Mediterraneo e arrivare a Roma, è indispensabile che il Governo attui al più presto quelle riforme che da tempo chiediamo come Italia dei Valori. Riforme che facciano crescere l'economia italiana, come la liberalizzazione dei servizi, come una nuova regolazione delle professioni, completare una riforma del mercato del lavoro che lo renda più funzionale ed efficiente, interventi sull'istruzione, ma soprattutto interventi che abbiano il coraggio di incidere sulla spesa pubblica nei prossimi anni, come provvedimenti che allunghino la vita lavorativa. Bisogna avere il coraggio, in questo momento, di essere anche impopolari per scongiurare un contagio greco. Bisogna farlo oggi prima che sia troppo tardi.
Stiamo aspettando con ansia che il Governo ci fornisca dei dati, delle stime concrete, su quale sarà l'effetto della riforma del federalismo fiscale sulla finanza pubblica. La nostra grande preoccupazione è che si possano nascondere delle vere proprie “bombe”, per capire se l'effetto sui conti pubblici del federalismo fiscale, che la Lega continua a chiedere, possano essere dirompenti sugli equilibri della finanza pubblica. Questo è il momento di tirare fuori questi dati, per spiegare ai cittadini italiani quale è il costo che si vuole scaricare sui conti pubblici legati ad un favore da fare alla Lega Nord. Questa è una delle questioni sulla quale vogliamo richiamare l'attenzione di tutti quanti.
sabato 1 maggio 2010
Ma noi ne usciremo meglio di altri – 11
da Phastidio.net del 30 aprile 2010
Pochi numeri, la sintesi di un problema che si aggrava di mese in mese. Come comunica oggi Istat, il numero di occupati a marzo 2010 è pari a 22 milioni 753 mila unità (dati destagionalizzati), in calo dello 0,2 per cento rispetto a febbraio e inferiore dell’1,6 per cento (-367 mila unità) rispetto a marzo 2009. Il tasso di occupazione è pari ad un disastroso 56,7 per cento (inferiore, rispetto a febbraio, di 0,1 punti percentuali e di 1,1 punti percentuali rispetto a marzo dell’anno precedente).
Il numero delle persone in cerca di occupazione risulta pari a 2 milioni 194 mila unità, in crescita del 2,7 per cento (+58 mila unità) rispetto al mese precedente e del 12 per cento (+236 mila unità) rispetto a marzo 2009. Il tasso di disoccupazione si posiziona all’8,8 per cento (+0,2 punti percentuali rispetto al mese precedente e +1 punto percentuale rispetto a marzo 2009), peggior risultato dal secondo trimestre 2002. Il tasso di disoccupazione giovanile è pari al 27,7 per cento, con un calo di 0,4 punti percentuali rispetto al mese precedente ma in aumento di 2,9 punti percentuali rispetto a marzo 2009.
Il numero di inattivi di età compresa tra 15 e 64 anni, è pari a 14 milioni 907 mila unità, con una riduzione dello 0,2 per cento (-24 mila unità) rispetto a febbraio 2010 e un aumento dell’1,6 per cento (+239 mila unità) rispetto a marzo 2009. Il tasso di inattività è pari al 37,8 per cento (-0,1 punti percentuali rispetto al mese precedente ma in aumento di 0,5 punti percentuali rispetto a marzo 2009).
Naturalmente, vi diranno che siamo messi meglio della media europea, che sta al 10 per cento. E non vi diranno nulla riguardo il fatto che abbiamo un tasso di attività che è di nove punti percentuali inferiore alla media Ue, situazione che tende a frenare l’ascesa della disoccupazione. Né vi diranno che abbiamo un ricorso alla cassa integrazione che non accenna a flettere, anzi che la cig sta lentamente trasformandosi in un ammortizzatore “a piè di lista”, gravando sempre più sulla finanza pubblica e riproducendo le condizioni degli anni Settanta, quando imprese decotte restavano in vita.
Né vi diranno che il numero di disoccupati tedeschi, in marzo (per rendere il confronto temporalmente omogeneo) era sceso dall’8,1 all’8 per cento, e che in aprile, dato comunicato ieri, si è ulteriormente contratto al 7,8 per cento. Se pensate che il dato tedesco derivi dal fenomeno dello scoraggiamento, ripensateci: il totale degli occupati tedeschi, a marzo, è cresciuto di 10.000 unità rispetto a febbraio.
Sono molte le cose che non vi diranno. Perché se ve le dicessero, esiste un’elevata probabilità che vi inquietereste.
da Phastidio.net del 30 aprile 2010
Pochi numeri, la sintesi di un problema che si aggrava di mese in mese. Come comunica oggi Istat, il numero di occupati a marzo 2010 è pari a 22 milioni 753 mila unità (dati destagionalizzati), in calo dello 0,2 per cento rispetto a febbraio e inferiore dell’1,6 per cento (-367 mila unità) rispetto a marzo 2009. Il tasso di occupazione è pari ad un disastroso 56,7 per cento (inferiore, rispetto a febbraio, di 0,1 punti percentuali e di 1,1 punti percentuali rispetto a marzo dell’anno precedente).
Il numero delle persone in cerca di occupazione risulta pari a 2 milioni 194 mila unità, in crescita del 2,7 per cento (+58 mila unità) rispetto al mese precedente e del 12 per cento (+236 mila unità) rispetto a marzo 2009. Il tasso di disoccupazione si posiziona all’8,8 per cento (+0,2 punti percentuali rispetto al mese precedente e +1 punto percentuale rispetto a marzo 2009), peggior risultato dal secondo trimestre 2002. Il tasso di disoccupazione giovanile è pari al 27,7 per cento, con un calo di 0,4 punti percentuali rispetto al mese precedente ma in aumento di 2,9 punti percentuali rispetto a marzo 2009.
Il numero di inattivi di età compresa tra 15 e 64 anni, è pari a 14 milioni 907 mila unità, con una riduzione dello 0,2 per cento (-24 mila unità) rispetto a febbraio 2010 e un aumento dell’1,6 per cento (+239 mila unità) rispetto a marzo 2009. Il tasso di inattività è pari al 37,8 per cento (-0,1 punti percentuali rispetto al mese precedente ma in aumento di 0,5 punti percentuali rispetto a marzo 2009).
Naturalmente, vi diranno che siamo messi meglio della media europea, che sta al 10 per cento. E non vi diranno nulla riguardo il fatto che abbiamo un tasso di attività che è di nove punti percentuali inferiore alla media Ue, situazione che tende a frenare l’ascesa della disoccupazione. Né vi diranno che abbiamo un ricorso alla cassa integrazione che non accenna a flettere, anzi che la cig sta lentamente trasformandosi in un ammortizzatore “a piè di lista”, gravando sempre più sulla finanza pubblica e riproducendo le condizioni degli anni Settanta, quando imprese decotte restavano in vita.
Né vi diranno che il numero di disoccupati tedeschi, in marzo (per rendere il confronto temporalmente omogeneo) era sceso dall’8,1 all’8 per cento, e che in aprile, dato comunicato ieri, si è ulteriormente contratto al 7,8 per cento. Se pensate che il dato tedesco derivi dal fenomeno dello scoraggiamento, ripensateci: il totale degli occupati tedeschi, a marzo, è cresciuto di 10.000 unità rispetto a febbraio.
Sono molte le cose che non vi diranno. Perché se ve le dicessero, esiste un’elevata probabilità che vi inquietereste.
mercoledì 31 marzo 2010
La Cina supera il Giappone: è la seconda potenza industriale del mondo.

Da Greenreport del 31 marzo 2010.
Il Quotidiano del Popolo on-line ha annunciato oggi che «L'industria manifatturiera della Cina occupa il 15,6% dl valore totale dell'industria mondiale. Così, la Cina ha sostituito il Giappone per diventare il secondo più grande Paese manifatturiero del mondo, immediatamente dopo gli Stati Uniti». Il giornale del Partito comunista cinese riferisce quanto detto da Wang Zhongyu, presidente della Federazione delle imprese cinesi, nel corso di una conferenza nazionale sulla gestione imprenditoriale tenutasi a Pechino.
Wang ha sottolineato che «La Cina si classifica prima nella classifica mondiale per la produzione in numerosi settori di attività e che per questo è anche chiamata "la fabbrica del mondo". Ma l'industria manifatturiera cinese non sempre altrettanto forte, essendo la maggioranza delle sue imprese a basso valore aggiunto, con dei servizio meno avanzati di molti delle loro omologhe straniere. Nei Paesi sviluppati, i settori dei sevizi fanno parte dei settori più avanzati, diventando anche le principali attività di numerose società multinazionali».
Il sorpasso cinese è confermato dai dati resi noti dall' United Nations Industrial Development Organization (Unido) la Cina è al 15,6% dl valore totale della produzione industriale del pianeta, il Giappone al 15,4%. Gli Usa restano primi con il 19%. Il Quotidiano del Popolo informa che nel 2009, la produzione cinese di acciaio è stata di 568 milioni di tonnellate (il 47% della produzione mondiale); la produzione e vendita di cemento è arrivata a 1,65 miliardi di tonnellate (60%); la capacità di gestione dei porti cinesi ha raggiunto i 7 miliardi di tonnellate, cioè il 50% del totale mondiale.
Le cifre sui servizi confermano le preoccupazioni del presidente della "Confindustria" cinese: le società statunitensi che operano nei servizi rappresentano il 58% del totale delle imprese di produzione Usa, mentre in Cina solo il 2,2% delle imprese è impegnata nel settore dei servizi. D'altronde la "fabbrica del mondo" non può davvero pensare ancora all'economia post-industriale all'occidentale... Eppure secondo Wang «Le imprese cinesi dovranno trasformarsi in imprese di servizi, seguendo la tendenza mondiale dello sviluppo dell'industria».
Il sito del ministero del commercio cinese ieri aveva annunciato che «Secondo delle informazione della Wto (l'Organizzazione mondiale del commercio), la Cina ha superato la Germania per diventare il più grande esportatore del mondo, occupando il 10% delle esportazioni mondiali. Le statistiche a hanno anche dimostrato che per le importazioni la Cina figura al secondo posto ed occupa l'8% delle importazioni mondiali, dietro agli Stati Uniti (13%)».
Secondo la Wto la crescita del commercio mondiale nel 2010 raggiungerà il 9,5%, segnando la fine della crisi e l'avvio della ripresa economica a livello mondiale.
I dubbi sul fatto che la Cina sarebbe diventato il primo esportatore del pianeta venivano soprattutto dalla possibile rivalutazione dello yuan, ma invece gli indicatori commerciali cinesi sono tutti al rialzo, a cominciare dal record mondiale di auto vendute con il sorpasso sugli Usa e si prevede che il Pil cinese supererà quello del Giappone per salire al secondo posto.
Un portavoce del ministero del commercio spiega però sul Quotidiano del Popolo che secondo lui «Le esportazioni cinesi sarebbero superiori a quelle della Germania, ma queste cifre riguardano solo il 2009. In base e in misura alla ripresa economica del 2010 e del 2011, saranno fluttuanti e precarie. I grandi Paesi commerciali come gli Stati Uniti e la Germania hanno finito la loro trasformazione da Paesi industriali a Paesi di servizi, attualmente offrono esportazioni e servizi e preferiscono disporre degli investimenti localmente. La classifica non è il solo indice ma la struttura delle esportazioni ha bisogno di un maggior riaggiustamento e di fare dei progressi».
Oggi il Beijing Times ha pubblicato i dati di Wind Info con la classifica delle 10 imprese cinesi quotate in borsa con i maggiori guadagni: in testa c'é la Industrial and Commercial Bank of China (Icbc), il più grande istituto di prestiti del mondo per valore di mercato, con 129,4 miliardi di yuan (18,95 miliardi di dollari), la Icbc ha superato la PetroChina (15,14 miliardi di dollari) che scivola al terzo posto sorpassata anche dalla China Construction Bank, (15,65 milliardi di dollari), Quarta è la China Bank. Seguono Industrial Bank, l'operatore telefonico China Unicom e China Vanke il più grande promotore immobiliare cinese, e la Huaneng Power International il maggiore produttore di elettricità del Paese. Tutte insieme le 10 prime imprese cinesi mettono in saccoccia 561,14 miliardi di yan, il 75% del totale delle 832 aziende prese in esame dalla classifica, mancano però all'appello colossi come China Life Insurance e China Merchants Bank che non hanno ancora presentato i loro bilancia annuali. La classifica sembra contraddire quanto dice il governo sulla debolezza del settore dei sevizi cinesi: la top ten è costituita tutta da imprese del settore energetico e delle finanze.
giovedì 11 marzo 2010
ITALIA. SECONDO L'OCSE PROSPETTIVE MAGRE.

Pietro Salvato su Giornalettismo del 10 marzo 2010
2009 da dimenticare e 2010 carico d’incertezze. Ecco come si presenta il quadro economico italiano. Per l’Ocse siamo solo 20mi nella classifica europea del Pil pro capite, mentre la mobilità sociale s’è fermata. Nel lungo periodo, inoltre, il nostro Paese potrebbe restare a bassa crescita.
“Quello che serve è una strategia per la crescita. Prima vediamo la strategia, poi vediamo come allocare le risorse. Il debito italiano è molto alto e certo nei prossimi anni l’Italia avrà molta concorrenza da altri governi per finanziarsi sui mercati, dunque occorre molta prudenza nel gestire il bilancio pubblico“. Parola del capo economista dell‘Ocse, Pier Carlo Padoan che ha tracciato un quadro non certamente entusiasmante dello stato della nostra economia e delle sue più immediate prospettive. Anzi, anche nel lungo periodo – quando Keynes sosteneva con humor tipicamente britannico “saremo tutti morti” – Padoan non vede particolare miglioramenti: “L’Italia potrebbe restare a bassa crescita strutturale, le riforme che alzano il potenziale di crescita richiedono tempo per dare risultati“.
MA L’OCSE VA OLTRE - L’Italia è tra i paesi più colpiti dalla crisi economica mondiale cominciata, oramai, quasi due anni fa. E questo il giudizio dell’Ocse che suo nel rapporto denominato “Obiettivo crescita”che stima per il nostro Paese nel lungo termine, una perdita del Pil di ben -4,1% rispetto al suo potenziale. Questo vero e proprio crollo, sarebbe il frutto del calo persistente dell’occupazione (-1,9%) e del maggior costo dei capitali, per 2,1 punti percentuale. Nella classifica stilata, i paesi più colpiti saranno l’Irlanda (-11,8), la Spagna (-10,6), la Polonia (-4,5) e quindi proprio l’Italia. Il nostro Paese si piazza al ventesimo posto, sui trenta paesi dell’Ocse, sia per quanto riguarda la Produttività sia per il Pil pro-capite. A causa della crisi, lo scarto in termini di produttività tra l‘Italia e i principali Paesi dell‘Ocse si è ulteriormente dilatato, arrivando al 25%. Nel rapporto dell’organizzazione economica parigina, inoltre, è stato evidenziato come la differenza di Pil per ora di lavoro, rispetto al resto degli altri paesi che ci precedono on classifica, ha toccato la soglia del 20%, mentre quella del Pil pro capite prmai sfiora il 30%. “I risultati dell’Italia sulla produttività sono rimasti mediocri“, scrive l’Ocse nel suo rapporto, anche se “il comportamento del mercato del lavoro, sia per il tasso di attività che per quello di disoccupazione, è regolarmente migliorato fino a quando l’economia è stata toccata dalla crisi“, ossia prima del 2008. “La performance della produttività resta modesta - conferma il documento – le azioni di liberalizzazione e incremento della concorrenza ne hanno migliorato le prospettive, anche se resta la necessità di altre riforme“. Inutile ricordare, ancora una volta, che le ultime “azioni di liberalizzazione ed incremento della concorrenza” nel nostro paese sono quelle riconducibili alle leggi “Bersani”, in verità comunque modeste, ormai datate più di due anni fa.
LA MOBILITÀ SOCIALE CHE NON C’È - Sempre per l’Ocse, l’Italia si piazza in coda a quasi tutti gli altri paesi europei per quanto riguarda la cosiddetta “mobilità sociale” . Nel nostro paese, almeno il 40% del agevolazione economiche dei padri con redditi elevati viene trasmesso ai figli. Solo in Gran Bretagna la proporzione è più elevata. Inoltre se il padre è laureato, il figlio ha il 30% in più di probabilità di arrivare all’università del figlio di genitori con un minore grado di istruzione e la disparità si tradurrà in futuro, di conseguenza, in un’ineguaglianza di reddito. L’Italia, inoltre, risulta essere uno dei Paesi in cui c’è un maggiore premio in termini di reddito se si proviene da una famiglia di buon livello culturale e una delle maggiori penalizzazioni se la famiglia di provenienza ha un minore livello d’istruzione. In sostanza, emerge il ritratto di un paese ingessato, anchilosato tra rendite, spesso parassite, e palesi conflitti d’interesse.
LA RICETTA PARIGINA - Proprio per questo, secondo l’Ocse, i settori in cui gli interventi dovrebbero essere prioritari sono quelli riguardanti la riduzione della proprietà pubblica e delle barriere normative alla concorrenza, il miglioramento del sistema di istruzione, soprattutto universitario, il decentramento della contrattazione salariale e l’aumento dei finanziamenti per la ricerca. “L’Italia – sostiene l’Ocse nel suo rapporto – deve ridurre le tasse sul lavoro e sulle pensioni, oltre ad aumentare le deduzioni nell’Irap. Allo stesso tempo, deve finanziare le riduzioni fiscali con la lotta all’evasione, ponendo termine ai “condoni fiscali“. In particolare, dallo studio emerge che per un single a basso reddito e senza figli la pressione fiscale sì è avvicinata al 45%, mentre è sotto il 35% nell’area Ocse. Per una persona sposata, con medio reddito e due figli, la tassazione supera il 35%, contro una media Ocse vicina al 27%. Tutte cose che gli osservatori più attenti delle nostre vicende socio-economiche, hanno più volte segnalato nel silenzio assordante, ad onor del vero, di molti media e soprattutto nel vuoto di proposta e d’azione dello stesso governo.
sabato 16 gennaio 2010
domenica 4 ottobre 2009
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