venerdì 23 luglio 2010

Le mani nelle tasche: i tagli in manovra costeranno fino a 170 euro a testa.



Da Giornalettismo del 23 luglio 2010.

Secondo il rapporto Ifel nel triennio tra il 2010 e il 2012 l’impatto della Finanziaria sugli Enti locali avrà un effetto sulla spesa di circa 17 miliardi di euro, e colpirà soprattutto al Centro.

Quanto costa la manovra ai Comuni, ed è vero che non mette le mani nelle tasche dei cittadini? Stando alle cifre riportate nel rapporto Ifel, il quadro finanziario dei Comuni, presentato ieri a Roma presso l’Istituto di finanza locale dell’Anci, non è proprio così. Sulla Stampa Fabio Pozzo riporta che gli enti locali saranno costretti a tagliare nel 2010 la spesa di circa 7 miliardi, con un costo pro capite di circa 22 euro; le riduzioni implicite saranno ripartite in misura maggiore al Sud, con una diminuzione del 2,4%, al Nord con il 2,1%, e al Centro con il 1,6%. Come spiega il presidente dell’Anci Sergio Chiamparino quello che accadrà è che i tagli “ci porteranno al punto che i servizi alle persone verranno messi in discussione“.

IL FONDO DEL BARILE - Il sindaco di Torino continua, fino ad ora il peso sulle spalle dei cittadini è stato evitato, ma a prezzo “del degrado del livello della manutenzione ordinaria delle città, che tutti possono vedere: per non intaccare i servizi si è infatti risparmiato sui lavori per chiudere le buche sulle strade, sul tagliare l’erba nel verde pubblico, sulla pulizia. Ma ora?” Il rapporto Ifel spiega che nel biennio 2011-2012 la correzione finanziaria imposta ai Comuni consisterà rispettivamente in 4,6 e 5,6 miliardi di euro costituendo la “Finanziaria più aspra della storia di questo Paese“.

LE MANI NELLE TASCHE CI SONO ECCOME - Anche Enrico Marro sul Corriere mette in evidenza il nocciolo del rapporto Ifel: tutto ciò si tradurrà in un taglio di 100 euro pro capite nel 2011 e di 120 euro per abitante nel 2012; il costo non sarà uniforme: infatti un cittadino di un qualsiasi comune del Nord e del Sud avrà un aggravio di 120 euro, mentre chi risiede al centro dovrà subire il peso dei tagli per 140 euro, con la punta massima di 170 per chi abita nel Lazio; infatti il peso nel 2010 per il centro è minore perché Roma è esclusa dal Patto di stabilità. Per Salvatore Cerchi, responsabile della finanza locale dell’Anci, quello che succederà è già chiaro: “non è vero che la manovra non mette le mani nelle tasche dei cittadini: non lo fa attraverso nuove imposte, ma con le tariffe, perchè i Comuni dovranno, per esempio, aumentare il biglietto degli autobus o i contributi per l’asilo nido o l’assistenza domiciliare o le rette per le mense scolastiche“.

TUTTI PIU’ POVERI - Le amministrazioni locali però hanno “già dato” per quanto riguarda il risanamento del bilancio pubblico; come spiega Silvia Scozzese, direttore scientifico dell’Ifel, hanno realizzato un aumento cumulato delle entrate dell’8%, più alto di quello dell spese, che è del 3,5%, e quelli soggetti al Patto di stabilità interno sono passati da un disavanzo complessivo di 1,7 miliardi nel 2006 ad un avanzo di 250 milioni nel 2009. L’Anci conclude il suo commento al rapporto Ifel:” Le città italiane sono più povere rispetto a cinque anni fa” e questi tagli vanno a colpire un malato già grave.

Con Berlusconi al governo evasione fiscale da record.



Da Giornalettismo del 21 luglio 2010.

Il rapporto biennale dell’Istat conferma – nel silenzio dei tg e dei giornali – come dal 2008 l’evasione fiscale siano tornata nuovamente a crescere.

L’evasione fiscale, con il governo Berlusconi è tornata a crescere. Sembrerebbe una notizia apparentemente “Top secret”, almeno questa è l’opinione che ci siamo fatti dando un’occhiata ai vari telegiornali ed “organi d’informazione” che, praticamente all’unisono, hanno omesso questa notizia. Che in Italia una quota cospicua dei redditi venga, di fatto, elusa o evasa agli occhi del fisco non è certo una grossa novità. Si parla di qualcosa come 150-200 miliardi di euro (miliardo più, miliardo meno) ogni anno. Dieci volte tanto la manovra correttiva che il governo si appresta a varare colpendo, tanto per cambiare, i soliti noti mentre, ancora una volta, liscia il pelo ai furbi o, se vogliamo chiamarli con un aggettivo più consono alle loro pratiche, ai delinquenti. Sì, perché l’evasione – codice penale alla mano – è un crimine.

LO DICE L’ISTAT - L’Istat ha appena pubblicato la consueta analisi biennale dell’entità e della dinamica del sommerso economico. Si tratta di un indicatore assai significativo per capire gli andamenti dell’evasione fiscale, sebbene i due concetti siano solo parzialmente coincidenti. Il rapporto conferma come, nel suo insieme, il sommerso si è ridotto in tutto il periodo dal 2001 al 2007, ed è poi tornato a crescere nel 2008. Come noto, l’Istat fornisce la stima di un valore minimo e di un valore massimo del sommerso economico, ulteriormente scomposto nella somma di 3 componenti: il valore aggiunto sommerso da correzione del fatturato e dei costi intermedi, il valore aggiunto prodotto dai lavoratori irregolari e, infine, una componente statistica di correzione. Tra il 2001 e il 2007 il sommerso economico, nel suo insieme, si è costantemente ridotto in quota di Pil, passando dal 18,5% del 2001 al 15,9% del 2007 (secondo l’ipotesi minima) e dal 19,7% del 2001 al 17,2% del 2007 (secondo l’ipotesi massima). Nel 2008, invece, si è assistito ad una pericolosa inversione di tendenza: il sommerso economico sale al 16,3% del Pil (ipotesi minima) e al 17,5% (ipotesi massima).

I NUMERI E GRAFICI PARLANO CHIARO – Nel grafico è riportato l’andamento dell’economia sommersa secondo le stime dell’Istat nel periodo tra il 2000 e il 2008. Le riduzioni repentine che si evidenziano dal grafico intorno al 2002 e poi man mano graduali, si spiegano con l’adozione, sempre in quell’anno, per mano del vecchio governo Berlusconi dell’ennesima sanatoria sul lavoro irregolare. Nel 2006, invece, si registra l’effetto della riduzione (in termini relativi) della componente di correzione del fatturato e dei costi intermedi . L’incremento del 2008 vale circa 0,3-0,4 punti di Pil, pari, in termini assoluti, a 8-9 miliardi, quindi, data una pressione fiscale del 42%, ad un minor gettito per poco meno di 4 miliardi di euro. L’evasione nel 2008 è determinata in gran parte dalla “correzione del fatturato e dei costi intermedi”. Si tratta della componente del sommerso economico più direttamente legata all’evasione fiscale in senso proprio. Infatti, i 9 miliardi di incremento del valore aggiunto sommerso sono imputati dall’Istat esclusivamente a questa componente, che è aumentata dai 143,9 miliardi del 2007 ai circa 153 miliardi del 2008. Le altre due componenti, invece, sono rimaste sostanzialmente stabili.

IL NENS LO CONFERMA - “Questa composizione – spiegano gli esperti economici del Nens - è particolarmente interessante ai fini della stima dell’evasione fiscale. Infatti, la stima della componente di correzione del fatturato e dei costi intermedi si basa su ipotesi particolarmente prudenti. Ad esempio, si assume che la remunerazione di un addetto indipendente (imprenditore, suoi familiari e coadiutori) sia non inferiore rispetto a quella dell’addetto dipendente, il che corrisponde evidentemente ad una sottovalutazione. Infatti, appare plausibile ipotizzare che in molti casi la remunerazione effettiva per gli addetti indipendenti sia superiore a quella dei dipendenti“. Per queste ragioni, l’Istat sostanzialmente conferma la precedente stima fatta dall’istituto economico fondato da Vincenzo Visco e Pier Luigi Bersani, secondo il quale “l’evasione è aumentata di almeno 4-5 miliardi di euro solo ai fini IVA nel corso del 2008“.

PER IL 2009 MANCANO ANCORA I DATI – Purtroppo, i dati disponibili fanno pensare che la situazione non sia apprezzabilmente migliorata nel 2009. “Pur con le difficoltà di quantificazione insite in un anno di anomala riduzione del Pil nominale - conferma il Nens - anche nel 2009 il gettito dell’Iva si è ridotto in misura sensibile. A ciò si aggiunga il fatto che, secondo i dati dell’Istat, nel 2009 è aumentato anche sensibilmente il tasso di irregolarità del lavoro, passato dall’11,9 al 12,2%“. Sul fronte della lotta al sommerso e all’evasione, dunque, i numeri disponibili smentiscono l’ottimismo e i “grandi risultati” più volte sbandierati dal governo attuale e riverberati senza alcuna verifica dai media.

mercoledì 21 luglio 2010

Un paese senza un piano industriale è un paese senza futuro.



Lucia Venturi su Greenreport del 20 luglio 2010.

I dati dell'industria italiana sono positivi secondo l'Istat che registra sia un aumento degli ordinativi su base mensile (del 26,6% rispetto a maggio del 2009) e su base annua (in rialzo del 3,2% rispetto ad aprile), sia un aumento di fatturato dell'8,9% rispetto allo stesso mese del 2009 e dello 0,8% rispetto ad aprile: in questo caso si tratta del dato più alto dal febbraio 2008.

L'industria è tornata a segnare il punto quindi e, considerando il fatturato per raggruppamenti principali, si registrano variazioni congiunturali positive per l'energia (+2,9%), per i beni intermedi (+1,4%), per i beni strumentali (+0,2%) e per i beni di consumo (+0,2% con -0,1% per quelli durevoli e +0,2% per quelli non durevoli).

L'analisi per settore di attività economica, rileva l'Istat, mostra variazioni tendenziali positive più significative dell'indice del fatturato corretto per gli effetti di calendario nei settori fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (+28,5%), metallurgia e fabbricazione di prodotti in metallo (+21,6%) e fabbricazioni di prodotti chimici (+19,9%).

Ma ai dati positivi di Istat fanno da contraltare a quelli del rapporto Svimez sull'economia del Mezzogiorno, da cui si rileva che gli investimenti industriali sono crollati del 9,6% nel 2009, dopo la flessione del 3,7% del 2008 e che segnala come l'industria si trovi in una «situazione senza precedenti, con una perdita di oltre 100.000 posti di lavoro dal 2008 al 2009, di cui 61.000 solo l'anno scorso».

Dati che collimano di più con la situazione in cui versano, in particolare, alcuni comparti che hanno fatto del nostro paese la settima potenza industriale, ovvero la chimica e la siderurgia ormai in quasi totale dismissione, e che si riflette nel fatto che- nonostante la crisi economica ancora pressante- il premier non abbia ancora provveduto alla sostituzione del ministro dello Sviluppo Claudio Scajola, che si è dimesso ormai quasi tre mesi fa e ne mantenga l'interim, senza poi occuparsene.

Dal comparto della chimica i segnali sono pessimi e saranno infatti in presidio oggi a Roma, davanti a Palazzo Chigi, i lavoratori dell'industria chimica Vinyls, che hanno visto tramontare anche l'ipotesi di accordo con gli arabi di Ramco. Una mobilitazione organizzata dalla Cgil e dalla Filctem che porteranno nella capitale rappresentanti degli stabilimenti di Marghera, Ravenna e Porto Torres che rischiano di perdere definitivamente il loro posto di lavoro dopo una lunga cassa integrazione mettendo a rischio anche l'indotto. Circa 7000 lavoratori del ciclo del cloro tra Vinyl, Syndial l'indotto e l'area della subfornitura.

«Nessuno - si legge in una nota della Filctem Cgil - finora ha mantenuto gli impegni presi con le istituzioni, con i lavoratori, con i sindacati e la crisi rischia di degenerare: gli impianti di Marghera, Porto Torres e Ravenna sono ancora fermi a nove mesi di distanza dall'accordo sottoscritto al ministero del Lavoro (1 dicembre 2009) e prima ancora (12 novembre 2009) al ministero dello Sviluppo Economico, nel quale era testualmente scritto che 'a far data dal 15 dicembre 2009' si sarebbe consentito 'un graduale e progressivo riavvio di tutti gli impianti».

«Siamo tornati al punto di partenza - ha dichiarato Alberto Morselli, segretario generale della Filctem-Cgil - come in un pericolosissimo gioco dell'oca, ma in questo caso giocato tutto sulla pelle di centinaia di famiglie» e rivolto al premier Berlusconi, che è anche ministro dello Sviluppo Economico 'ad interim', gli ha lanciato un appello a salvare la chimica e i suoi lavoratori. «Se la chimica è strategica, come più volte detto a parole- ha sottolineato Morselli- il presidente del Consiglio lo dimostri una volta per tutte: innanzitutto chieda all'Eni di salvare Vinyls e di istruire un piano industriale di rilancio nel settore, faccia rispettare l'impegno di riavvio degli impianti assunto dai commissari straordinari, visto che hanno in mano le fidejussioni di Stato, salvi i posti di lavoro e l'integrità del ciclo del cloro».

Dopo che è saltata anche l'ipotesi di accordo con la Ramco, la previsione annunciata dal sottosegretario allo Sviluppo Stefano Saglia nell'incontro dello scorso 15 giugno è quella di bandire una gara internazionale, il cui bando non è però ancora stato scritto.

«Intanto, gli operai restano in cassa integrazione -conclude la Filctem Cgil- e, ogni giorno che passa, c'è il rischio che i commissari non abbiano neppure i soldi per pagare gli stipendi».

Non è certo più roseo lo scenario che riguarda un altro dei comparti che ha fatto un pezzo della storia industriale del nostro paese, ovvero quello delle acciaierie Lucchini che interessano anche in questo caso realtà che vanno dal nord al sud con gli stabilimenti di Piombino, Trieste, Lecco, Condove (in provincia di Torino) e Bari.

Lucchini non è più nemmeno azionista avendo venduto a marzo anche le sue ultime quote alla russa Severstal, divenuta quindi unica proprietaria del gruppo ma che a sua volta ha ceduto il 50,8% delle quote azionarie alla finanziaria Mordachoff già azionista di maggioranza di Severstal e ora divenuta azionista di riferimento dell'ex gruppo siderurgico italiano. Una operazione che è stata letta come un evidente messaggio di disimpegno sull'attività industriale e di messa in sicurezza degli azionisti.

Entro il 29 luglio l'acquirente dovrà presentare un piano per garantire mantenimento e consolidamento dell'azienda in Italia e per quella data è stato anche convocato un incontro con le parti sociali nella sede del ministero del Lavoro, dove il gruppo potrebbe calare sul piatto della bilancia i circa 4 mila lavoratori, tra diretti e indiretti, che rischiano il posto, e fissare le condizioni del loro salvataggio.

Intanto è già decisa la smobilitazione di Brescia, da dove secondo fonti del capoluogo lombardo- entro settembre verranno trasferiti a Piombino settori vitali, come l'approvvigionamento di materie prime, gli uffici finanziari e il settore dell'ingegneria strategica. Un accorpamento alla sede toscana che viene inquadrato come un restringimento del perimetro aziendale, propedeutico alla cessione.

Segnali non certo incoraggianti per il futuro economico e occupazionale del nostro paese ma su cui il governo non batte ciglio.

domenica 18 luglio 2010

Sì, il Governo mette le mani nelle tasche degli italiani!


Dal Blog di Domenico Di Rienzo del 30 giugno 2010.

Ci vuole una bella faccia tosta a dire “non metteremo le mani nelle tasche degli italiani”! Il Presidente del Consiglio non fa altro che ripetere la solita tiritera! Certo, in quanto a faccia tosta lui e molti esponenti del Pdl non hanno nulla da invidiare a nessuno.

La notizia è ufficiale. Da domani, 1 luglio, gli automobilisti costretti ad usare l’autostrada subiranno gli aumenti di pedaggio previsti dalla manovra economica.

Sottolineo, PREVISTI DALLA MANOVRA ECONOMICA. La smetta il Governo di prendere in giro gli italiani; e agli italiani non sfugga che gli aumenti di domani sono il frutto di una manovra iniqua e scellerata che colpisce chi ha di meno.

Per non parlare delle strade attualmente senza pedaggio. Mi riferisco all’Autostrada Torino-Aereoporto Caselle, alla Salerno-Reggio Calabria, alla Roma Fiumicino, alla superstrada Firenze-Siena, al Grande Raccordo Anulare (non è vero che il GRA non si pagherà, come dice il sindaco “sfondo-tutto” Alemanno, anch’egli piuttosto ben dotato di faccia tosta).

Su quelle strade non ci passano solo i turisti, anzi! A usare quelle strade sono soprattutto i pendolari, ogni giorno per lavoro. E’ nelle tasche della gente che lavora che questo Governo mette le mani!

Il Governo non sa che pesci prendere, ha sottovalutato la crisi prima e lo continua a fare ancora oggi. Berlusconi (applaudito da Confindustria) parla di crisi passata, in realtà il peggio deve ancora venire. Gli economisti più seri e preparati, sanno bene che i riflessi peggiori si verificheranno con la scadenza della cassa integrazione, quando le imprese non potranno riprendere i lavoratori.

E tutto ciò si muove nel quadro desolante di un Paese ad altissima evasione fiscale. Basterebbe iniziare a far pagare gli evasori e chi ha più possibilità economiche, per evitare di mettere le mani nelle tasche della povera gente. Anziché stare con le mani in mano senza far nulla per risolvere la crisi ed i problemi di chi la subisce ogni giorno sulla propria pelle.

mercoledì 23 giugno 2010

I Robin Hood nostrani tolgono, e a volte rubano , ai poveri per lasciare ai ricchi.


Dal Blog AZZURRO del 17 giugno 2010.


Doveva arrivare dall'Unione Europea la proposta di istituire una tassa sulle banche.
Una proposta in tal senso è infatti ora in discussione a Bruxelles.
Il Cancelliere tedesco Angela Merkel, poco prima di prendere parte al vertice, è stata esplicita e durissima in tal senso con gli istituti di credito, affermando che "banche e finanza, ovvero i responsabili della crisi, dovranno «passare alla cassa».
I "Robin Hood " nostrani, sempre pronti a togliere ai poveri, o quantomeno ai soliti, per dare ai ricchi agli evasori o agli opportunisti, avrebbero di che imparare su come distribuire un po' più equamente i sacrifici.
Ma si sa ,l'italia non fa testo, e oramai si allontana sempre più dal resto d'Europa, anche come mentalità.
A parole nel nostro paese i politici predicano tutto ed il contrario di tutto, sono liberisti e statalisti contemporaneamente, a secondo di come conviene, moralisti nelle parole e nel castigare i costumi degli altri, libertini nei fatti, sopratutto se propri, forti sempre con i deboli e deboli con i forti.
Nulla è realmente cambiato in quello che tanti si ostinano ancora a chiamare il Bel Paese.
O almeno nulla è cambiato in meglio, nemmeno l'abitudine di togliere, e a volte rubare, ai poveri per lasciare ai ricchi.
Bastano solo due esempi, i primi che ricordo, per l'appunto questa manovra finanziaria, che è visibile a tutti, e le famose liberalizzazioni , andate quasi tutte nel dimenticatoio, e dove, per non scontenatre alcune categorie ricche di liberi professionisti si è deciso persino di ostacolare la concorrenza al ribasso, introducendo le tariffe minime garantite, tanto le pagano il resto dei cittadini.
Peccato non si sia poi introdotto il salario minimo garantito anche per i precari, i disoccupati o cassaintegrati.
Ma purtroppo era inutile già in partenza ogni speranza, già si sapeva che Robin Hood non è per nulla un eroe italiano, qui riescono spesso più famosi, non gli eroi buoni, ma i veri e propri briganti.

mercoledì 9 giugno 2010

L'Italia invasa dai "rossi": i pompodori cinesi


Da Greenreport dell'8 giugno 2010.

FIRENZE. I media (in particolare quelli televisivi) continuano a moltiplicare la loro offerta di trasmissioni che si occupano di cucina, ma in realtà conosciamo molto poco di quello che mangiamo ed in particolare non conosciamo la provenienza delle materie prime alimentari che poi sono trasformate prima di arrivare nelle nostre tavole. Emblematico il caso del pomodoro cinese, denunciato da Coldiretti.
Stiamo assistendo ad una vera e propria invasione di pomodori provenienti da distanze di oltre 8000 km: gli sbarchi sono triplicati, registrando un balzo del 174% nel trimestre dicembre-febbraio 2010 rispetto al precedente periodo del 2009, anno in cui in Italia sono arrivati 82 milioni di chili di concentrato spacciato come Made in Italy. Questi solo alcuni dati contenuti nel dossier sulle importazioni di concentrato di pomodoro cinese, elaborato da Coldiretti insieme alle cooperative agricole dell'Unci e alle industrie conserviere dell'Aiipa (Associazione italiana industrie prodotti alimentari).
Anche se appare incredibile i pomodori conservati sono la prima voce dell'import agroalimentare dalla Cina (oltre il 34% del totale), la cui produzione, in pochi anni (è iniziata nel 1990) è oggi al terzo posto nel mondo dopo Stati Uniti e Unione europea, con circa la metà del concentrato esportato proprio in Italia. La produzione cinese di concentrati di pomodoro è localizzata nei territori di Junggar e Tarim, nella regione di Xinjiang, a nord-ovest del Paese nei pressi del confine con il Kazakistan dove operano due grandi gruppi: Tunhe e Chalkis Tomato. La filiera del pomodoro cinese come è intuibile è tutt'altro che corta.
Dalle navi sbarcano fusti di oltre 200 chili di peso, circa 1.000 al giorno, con concentrato da rilavorare e confezionare come italiano; questo perché nei contenitori al dettaglio, precisa la Coldiretti, è obbligatorio indicare solo il luogo di confezionamento ma non quello di coltivazione. Un lacuna che andrebbe velocemente colmata sia per trasparenza nei confronti dei consumatori che devono sapere da dove provengono le materie prime che poi finiscono in tavola sia per conoscere l'impatto ambientale e sociale di tutta la filiera.
Tra l'altro pare che la produzione in Cina sia anche realizzata con sfruttamento del lavoro forzato dei detenuti secondo la denuncia Laogai National Foundation. Così, con un quantitativo di pomodoro cinese che corrisponde a circa il 10% della produzione di pomodoro fresco destinato alla trasformazione realizzata in Italia (nel 2009 e stato di 5,73 miliardi di chili), si producono danni per i produttori italiani che subiscono gli effetti economici di una concorrenza sleale. Tra l'altro informa Coldiretti i numeri del settore del pomodoro da industria sono di rilievo: 8.000 imprenditori agricoli che coltivano su 85.000 ettari, 178 industrie di trasformazione che da lavoro a ben 20mila persone per un valore della produzione di oltre 2 miliardi di euro.
Ma almeno da quanto denunciato nel dossier c'è anche un problema di sicurezza alimentare per un prodotto che piace agli italiani (si stima che le famiglie consumino circa 550 milioni di chili di pomodori in scatola o in bottiglia): le confezioni identiche alle originali vendute in scatole da 400 e da 2.200 grammi come doppio concentrato (28%) con la scritta '100% prodotto italiano', hanno una qualità del contenuto non conforme alla legislazione italiana ed europea. Le analisi parlano chiaro: di pomodoro vero ce n'é ben poco, la maggior parte del prodotto è costituito da scarti vegetali, quali bucce e semi di diversi ortaggi e frutti, con livelli di muffe che eccedono i limiti di legge previsti dalla legislazione italiana. Problemi quindi di ordine economico, ambientale, sociale e sanitario a cui Coldiretti, Unci e Aiipa chiedono di porre rimedio.
Le tre organizzazioni nel dossier hanno avanzato alcune richieste: che venga attuato un protocollo sanitario specifico per il controllo del pomodoro concentrato cinese all'ingresso nei porti comunitari; l'obbligo di indicare l'origine del pomodoro utilizzato nei derivati del pomodoro (l'indicazione dell'origine del prodotto è misura sollecitata dal Parlamento europeo come previsto dalla riforma dell'organizzazione di mercato dell'ortofrutta); l'immediata e tempestiva attivazione del meccanismo di salvaguardia con un dazio doganale aggiuntivo come misura antidumping prevista dalla normativa comunitaria (regolamento 260/2009) come meccanismo di salvaguardia per le situazioni di grave pregiudizio.

lunedì 7 giugno 2010

UN PUNTO DELL'ECONOMIA: LA FINANZA PUBBLICA


Sandro Trento sul Blog italia dei Valori del 6 giugno 2010.


Quest'oggi parliamo dell'azione del governo sulla finanza pubblica. Per riportare il disavanzo pubblico sotto la soglia del 3% del PIL, il governo ha definito una manovra correttiva di 25 miliardi di euro. Il paradosso del ministro Tremonti, lo va dicendo anche ad Annozero, è che la manovra italiana è colpa della Grecia, e che l'Italia fa questa manovra perché tutti gli altri Paesi la stanno facendo. Questa affermazione non è vera, è solo parzialmente corretta. Gli altri Paesi europei fanno una manovra correttiva oggi perché hanno fatto interventi molto importanti lo scorso anno per sostenere le loro economie.

Nel 2009 molti Paesi europei fecero interventi a sostegno della domanda interna per un ammontare molto vicini a 2,5 punti PIL. Nello stesso anno, il governo Berlusconi decise di non fare nulla e si limitò ad interventi pari soltanto al 0,6 punti PIL. Questa inerzia del governo italiano ha fatto pagare duramente all'economia italiana. Nel biennio di crisi abbiamo perso oltre 6 punti di crescita, meno 6 di PIL. Questo ha significato la chiusura di circa 10 mila imprese e un aumento significativo della disoccupazione, soprattutto quella giovanile arrivata al 13% secondo la Banca d'Italia.

Il paradosso italiano però, colpa di Berlusconi e Tremonti, è che in un anno il debito pubblico italiano è aumentato di 10 punti. Siamo passati da una situazione di avanzo primario, cioè da una differenza tra le entrate e le spese al netto degli interessi che era positiva, ad un disavanzo primario per la prima volta dopo molti anni. Tutto questo senza però evitare, come ho detto, una caduta catastrofica del PIL. Non solo abbiamo i conti pubblici in dissesto, ma questo non è stato fatto per sostenere la domanda interna come è stato fatto negli altri Paesi.

La spesa pubblica italiana è aumentata moltissimo e le entrate sono diminuite. Questo anche perché, da quando c'è il governo Berlusconi, l'evasione fiscale è aumentata molto significativamente. Si parla di un evasione fiscale pari a 120 miliardi di euro. Quindi, eccoci costretti a fare una manovra correttiva. Non è solo colpa della Grecia, è colpa di Tremonti e Berlusconi. Questa è una questione molto importante: è fondamentale che il governo ammetta le sue colpe, si presenti in Parlamento riconoscendo di aver sbagliato e porti a discutere con l'opposizione partendo da una situazione di verità e chiarezza nei confronti degli italiani.

Il ministro Tremonti continua a parlare di falsi invalidi e di azione contro l'evasione, ma viene in mente che è stato ministro dell'economia per 8 anni, in molti governo, quindi gran parte della responsabilità dell'aumento dei falsi invalidi e un aumento dell'evasione fiscale è sicuramente sua, visto che è stato il ministro più a lungo in carica nell'ultimo periodo.

La manovra correttiva si fonda su tagli sostanzialmente generalizzati, cioè si taglia senza un minimo di scelta, senza un minimo di selezione. Questo tipo di procedimento è inequo e inefficiente, e non viene nemmeno applicato nella pratica. Questo è il momento di scegliere, di essere selettivi: un conto è tagliare la spesa a tutti i comuni e a tutte le regioni indistintamente, un altro sarebbe quello di colpire quei comuni e quelle regioni che hanno speso troppo e che non stanno rispettando il patto di stabilità interna.

Un conto è tagliare la spesa pubblica introduttiva, un altro è tagliare la spesa per l'istruzione, per la ricerca. E' questo il momento di scegliere se togliere le risorse ai giovani o passare ad un riequilibrio tra le generazioni, intervenendo sulle pensioni a sostegno dei giovani. Un conto è fare un blocco degli stipendi per tutti i dipendenti pubblici: si stima che questo blocco costerà 1700 per ogni dipendente in 3 anni. Questo blocco colpirà sia chi si impegna e lavora sia i fannulloni.

Questo per dire che è il momento di scegliere di fare atti selettivi e di colpire soltanto dove è necessario. Questo è quello che noi avremo fatto se fossimo stati al governo.